lunedì 19 novembre 2007

Lacrime di coccodrillo (e di caimano) per Enzo Biagi


Superata da un pezzo la quarantina, uno dovrebbe smettere di meravi­gliarsi dell'ipocrisia che regola i riti pub­blici. Ma debbo confessare il giovanile impulso di prendere a schiaffi due terzi delle facce di bronzo che sono sfilate sui palchetti televisivi per celebrare Enzo Biagi maestro di libertà, dignità, giorna­lismo. Dov'erano, prima?
La verità è che agli ultimi anni di vita
di Enzo Biagi, come per Indro Montanelli, la grata nazione, l’ammirato ceto politico e soprattutto la devota schiera di colleghi più giovani hanno riservato un pestaggio quotidiano. Negli ultimi mesi, Montanelli aveva cambiato numero di telefono e can­cellato le iniziali dal citofono per sfuggire a minacce e molestie. Enzo Biagi aveva eli­minato dalla «mazzetta» dei giornali la me­tà dei quotidiani perché, ripeteva, «nella vita esistono già i grandi dolori, almeno i piccoli bisogna evitarli». Ad ogni buon con­to, mentre Enzo viveva grandi dolori, c'era chi s'incaricava volentieri di dargliene con­tìnuamente di piccoli. Mezzecalze frustra­te, ragazzi ansiosi di carriera, servi dalle molte vite ideologiche hanno continuato a scrivere sui loro giornalini che «l'avidità di Biagi» era «il principale ostacolo al suo ritorno in tv», anche quando aveva già co­municato che sarebbe tornato alla Rai con uno stipendio da redattore da versare a una parrocchia per l'assistenza ai poveri. La bellezza del ricordo umano di Bia­gi vince sempre sul resto. Ma, conoscen­dolo, a Biagi, più che essere celebrato, sa­rebbe piaciuto continuare attraverso gli altri. Fra tutti i posti ricoperti in una lun­ga carriera costellata da dimissioni forza­te, quello in Rai era il più amato. Corso Sempione era la sua vera casa, i suoi col­laboratori ai programmi, da Franco Iseppi a Loris Mazzetti, erano i suoi veri ami­ci. Perfino nei momenti più tristi, appena poteva, dava sfogo al suo orgoglio Rai, lodava i bei programmi superstiti, come Report di Milena Gabanelli e Che tempo che fa di Fazio («Mediaset non li potrebbe mai fare»). Nella stagione delle epurazioni, non si è battuto soltanto per II Fatto, ma ha sempre ricordato Santoro, Luttazzi, Guzzanti, Beha, Massimo Fini, Gianluca Nicoletti e tanti altri. Insomma, ha difeso un'idea di servizio pubblico.
Se i molti caimani che hanno esaltato
la «grande lezione di Biagi» vogliono dav­vero rendere un omaggio al grande En­zo, approvino in Parlamento una riforma della tv di Stato che liberi la Rai dalla ser­vitù ai partiti e la restituisca al servizio pubblico. Qualcosa che renda impossibi­le in futuro un altro «caso Biagi». Altri­menti, per favore, stiano zitti.
Curzio Maltese
Il Venerdì di Repubblica
(16 novembre 2007)

Cosa nascondono gli attacchi di Berlusconi a Prodi


Da qualche mese la politica italiana è dominata dall'ossessione dei mo­derati berlusconiani e di Alleanza nazio­nale di far cadere il governo Prodi.
Non c'è trasmissione televisiva o fo­glio stampato in cui non ripetano in mo­di aspri e offensivi l'invito a Romano Pro­di a lasciare libero il campo alla destra moderata, salvatrice della patria. Che co­sa c'è alla base di questa ossessione? Dav­vero i moderati rimpiangono il governo e la possibilità di perseguire con esso il bene pubblico? Certamente no. Per quan­to uomini di parte, i seguaci di Silvio Ber­lusconi e di Gianfranco Fini non posso­no ignorare che il loro governo è stato pessimo per il bene pubblico. Negli anni del governo Berlusconi sono stati inferti colpi micidiali alla giustizia e alla sua indipendenza. A questo punto, viene na­turale di dare una diversa interpretazione dell'ossessione dei moderati: non rim­piangono il buon governo, ma rimpian­gono fortemente il governo degli affari.
Gli esponenti della destra,
gli impren­ditori e gli affaristi che stanno attorno a Berlusconi hanno urgente bisogno del governo, non per fare buone leggi, ma per fare buoni affari. Chi ha nelle mani i governi ha nelle mani i mezzi per co­gliere e produrre occasioni vantaggio­se. Basti pensare a ministeri come quel­li dei Lavori pubblici o degli Interni per capire che chi ne è a capo può cogliere occasioni di guadagno enormi e in pra­tica incontrollabili.
L'unico ostacolo che si oppone a que­sto disegno della destra è la Costituzio­ne, la quale stabilisce che i vincitori del­le elezioni governino per i cinque anni del mandato regolare. Romano Prodi, che è uomo dai nervi saldi, sa di avere dalla sua il dettato costituzionale e respinge con grandissima pazienza i ten­tativi di disarcionarlo. Mai, crediamo, in uno Stato democratico questa cam­pagna di attacco al governo è stata co­sì violenta e isterica.
Non si può aprire un giornale o guar­dare la televisione, variamente influen­zata da Forza Italia e da An, senza ascol­tare dei propagandisti screditati, e noto­riamente passati per cento padroni, che lanciano bassi insulti a uomini politici co­me Prodi e Veltroni che, alla resa dei conti, si adoperano per tenere in piedi in qualche modo lo Stato democratico. Col­pisce in questo tentativo eversivo della destra una violenza sorda. E si capisce benissimo che dietro tutti gli pseudora­gionamenti politici c'è soltanto, e domi­nante, il desiderio di fare soldi con estre­ma facilità e senza rischi.

Giorgio Bocca
Il Venerdì di Repubblica
(16 novembre 2007)

Perugia, quei bravi ragazzi


Belli, giovani e benestanti. Di scolarizzazione medio alta. Nel decòr di una delle più preziose città d’arte d’Europa (cioè del mondo, visto che le città d’arte stanno quasi tutte in Europa), Perugia. Benedetti da un vita allegra e gratificante: musica, amici, libertà, studio, soldi, nessuna responsabilità, le famiglie (lontane) che, senza pesare con la loro presenza, rendono possibile la bella vita. Si può tirar tardi, si può fare sesso, si può tirare il sesso oltre i limiti del, già probabilmente consumato fino alla noia, rapporto tra «fidanzatini». Le orgette, gli scambi. Le ammucchiate. La studentessa della porta accanto non ci sta?
Meglio, capace che è anche più divertente. La metti sotto, le fai il mazzo, «niente sesso siamo inglesi» non era il titolo di una commedia? Un po’ di violenza è un eccitante mai provato. Meglio se fa la riottosa, c’è più gusto. Poi qualcosa va storto. E la studentessa della porta accanto muore.
Una specie di «caso Montesi» senza adulti di potere, orizzontale, fra principianti? È uno scenario possibile, per la morte di Meredith. Come è possibile anche l’altro, più classico, che piacerebbe ai leghisti: Patrik Lumumba, di anni 37 secondo alcune fonti, secondo altri 47, congolese e musicista, anche lui d’alto lignaggio (esistono, anche fra i neri), nonché gerente di un locale alla moda: con la sua brutta faccia schiacciata (giudico dalle fotografie) e i capelli annodati di ricci vuole fare sesso con la bella ragazza inglese. Lei non vuole. Lui, in un impeto di rabbia al testosterone, la prende a coltellate.
È una reazione, di questi tempi, sciagurata e conosciuta. Fidanzati che non vogliono essere mollati, ex mariti, innamorati respinti, stupratori a vari titolo convinti di essere ben accolti... non siamo ancora arrivati al getto di acido solforico in faccia come in Pakistan, in Nepal o in Bangladesh, ma certo l’epilogo di sangue è diventato sempre più frequente, anche nel nostro civilizzato paese. Il terzo scenario, quello che vede presunto assassino protagonista (pare che a colpire sia stata una mano maschile) un laureando in ingegneria decisamente bello, decisamente ricco (basta guardarlo) e fidanzato con una specie di Sharon Stone bambina, è una vera ghiottoneria mediatica, in quanto, per i più, sorprendente.
Possibile che, avendo tutto quel ben di Dio, si voglia altro? Possibile che si diventi anche cattivi? A guardare la fotografia dei due fidanzati, Amanda Knox (un nome da top model) e Raffaele Sollecito (un nome da romanzo sulla provincia meridionale), lei di profilo, lui di tre quarti, mentre la macchina della polizia li porta in Questura, quasi sprezzanti nel freddo sguardo assorto dei quattro occhi azzurri, c’è di che interrogarsi sulle nostre adulte fantasie di felicità, sulle nostre nostalgie.
Nessuna condizione, nessun privilegio ci mette al riparo dalla violenza, dalla sopraffazione. Non c’è spiegazione sociologica che valga per tutti. Non ci sono colpevoli collettivi, categorie di comodo che disinneschino la sensazione brutta di un degradarsi progressivo delle relazioni fra donne e uomini, fra ragazze e ragazzi. Non si può dire «i rumeni sono violenti» o «gli albanesi sono cattivi». Non si può dire: «togliamoci dai piedi i Rom». Cioè, si può, ma è inutile. Non ci libererà dal male.
Una seducente studentessa nata e cresciuta a Washington non è l’immagine che ci viene in mente quando sentiamo la parola «extracomunitario», è una straniera di qualità, di quelle coccolate dalla nostra esterofilia. Una turista dai paesi ricchi. Una che ci onora con la sua augusta presenza. Che sia, come già Erika de Nardo (la graziosa biondina sedicenne colpevole d’aver assassinato sua madre e suo fratello nel 2001), una piccola amorale che mente come respira, non ridurrà il suo appeal. Ha inanellato bugie per quattro giorni? Non importa, ci sarà sempre un sito che raccoglie per lei lettere di innamorati: perché è bella, perché è bionda, perché è giovane. Nella nostra società l’immagine è tutto. Ha preso il posto del sacro, della fatica, del sacrificio, del talento, della bontà. L’immagine, e il sangue. Quando i due ingredienti si mescolano l’attenzione si fa spasmodica. Corrono fiumi di parole, si ricostruisce, si analizza, si commenta, si chiosa. Anche se c’è ben poco da dire. Nei primi sei mesi del 2007 le donne uccise in Italia sono state 57. Quasi dieci al mese. Nei primi sei mesi del 2007, 141 donne sono state vittime di tentato omicidio, 10 383 di lesioni, 1805 di stupro o abuso sessuale. Dovremmo parlare di questo, dovremmo cercare di capire quale disordine profondo, quale terremoto inconscio, produce questo fall out di dolore, questa aggressività fra consanguinei, fra amanti, fra coniugi, fra compagni. Dovremmo cercare di capire perché, a trent’anni dalle lotte femministe che ci hanno conquistato il diritto di esistere emotivamente, di desiderare invece che essere soltanto oggetto di desiderio, ancora oggi, una ragazza, come ai tempi di Maria Goretti, successivamente ordinata santa, non può dire di no, non può opporre un rifiuto a chi vuole servirsi del suo corpo.
Che cosa ci sta succedendo?

Lidia Ravera
l’Unità
(9 novembre 2007)

Cronaca isterica


Guardando la tv in questi giorni pieni di baracche fatiscenti, volti scavati, bravi cittadini frementi di indignazione e paura, politici che tuonano dei problemi della sicurezza e forze dell'ordine particolarmente zelanti, viene da riflettere sulle evoluzioni cliniche delle varie malattie di cui è affetta l'informazione in Italia.
Un tempo si diceva che mostrare la paura era, in qualche modo, catartico, e per questo i media ne erano pieni, di racconti della paura, di crimini efferati, di mostri da sbattere in prima pagina. Poi ci si è convinti della tendenza manipolatoria media nel raccontarci la paura: per cui si è continuato con i crimini efferati e con i mostri da sbattare in prima pagina (o in diretta), ed il senso era quello di diffondere un senso generalizzato di inquietudine al fine di rendere plausibile ogni intervento di natura repressiva. Cioé: cittadini nevrotizzati da una parte, media manipolatori dall'altra.
Oggi, passando in rassegna tutta l'informazione tv, soprattutto il Tg1, il Tg2, il Tg5, i vari Matrix, Porta a Porta, Studio aperto, il Tg4, La Vita in diretta o l'Arena di Giletti, e chi più ne voglia più ne metta, vien da pensare che i media sono affetti di nevrosi esattamente come i cittadini, come se cavalcando la «sindrome Arancia meccanica» si potessero liberare di qualche oscuro fardello. Certo, il fatto che media e cittadini si alimentino gli uni con gli altri è un'altra faccia della stessa medaglia.
Si fa un gran dibattere, anche, della amplificazione della percezione del rischio ad opera dei media: si è parlato talmente tanto del sangue a Cogne, del massacro di Erba, dell'assassino di Garlasco, ora anche della studentessa inglese ammazzata a Perugia oltreché, ovviamente, della signora Reggiani uccisa e gettata in un dirupo a Tor di Quinto, che il delitto pare essere diventato di casa. La percezione del rischio c'è, ed è diventato totalizzante, forse una malattia sociale, in barba al fatto che i delitti violenti, negli ultimi dieci-quindici anni, sono nettamente calati (lo dicono autorevoli statistiche), mentre il senso di paura è cresciuto in maniera inversamente proporzionale.
Oltre alla nevrosi, il fenomeno potrebbe anche chiamarsi «strabismo mediatico». Pare che i rom siano una massa di potenziale assassini, o se non altro criminali, ed è meritevole se almeno, in questo fervore tutto rivolto alla sicurezza totale, ogni tanto qualcuno si degna di dare uno sguardo anche «dall'altra parte», ossia nelle baracche, e va a dare un'occhiata a quei volti, alle storie che ciascuno di essi ci racconta e si porta dietro, come per esempio ha fatto, e va detto, il Tg1 di Gianni Riotta. È praticamente certo che se ad essere uccisa fosse una rom, i giornali ed i tg avrebbero dedicato alla medesima storia al massimo una breve, e lo diciamo ovviamente con tutto il rispetto per la signora Reggiani, ed il dolore dei suoi cari.
Tornando alla nevrosi, i tg e i loro parenti sembrano rispondere quasi sempre emotivamente ai fatti di cronaca. Gli indiziati e sospetti sono quasi tutti colpevoli alla prima apparizione, i giornali tagliano le foto zoomando sullo sguardo enigmatico del probabile assassino, mentre la foto segnaletica diventa praticamente il logo del male assoluto. Quasi istericamente reagiscono i media, accavallando titoli su titoli, notizie su notizie, alcune infondate oppure tutte da verificare, spesso da precisare o da smentire, rinunciando a quello che dovrebbe essere la loro funzione ontologica, che è quella (come dice il loro nome stesso) di «mediare» tra la complessità di un fatto e la ricettività di lettori, ascoltatori, spettatori. Isterica è la tv, come quasi isterici sono i dibattiti, che moltiplicano tutti insieme gli stessi servizi, con gli stessi toni: prendete, in queste sere, Matrix, Porta a Porta, Exit su La7, Primo piano, tutti in sincrono perfetto inchiodate sui romeni e sulla sicurezza, un po' come qualche settimana fa capitava con Garlasco. Certamente isterica appare buona parte della classe politica, che per qualche motivo ha deciso di farsi dettare l'agenda dalla televisione e si precipita a rilasciare con grande cipiglio una qualche dichiarazione «format-style» alle telecamere dei tg o ai suddetti dibattiti, che già di per sé sembrano tutti quanti un bandolo di nervi scoperti.
Strabismo, dicevamo. Che sta anche nell'indicare in certe tremende emergenze - che certamente ci sono, ci mancherebbe - l'allarme assoluto, il disastro dietro l'angolo della porta, proprio come fossimo in un remake di Independence day o qualche altro polpettone catastrofico venuto da Hollywood, ma nel dimenticarsi di altre. Ci sono infinitamente più morti sulle strade italiane, ed infinitamente più morti sul lavoro, ed infinitamente più morti per alcol che non gente uccisa da criminali di passaggio. Ma l'allarme sociale non c'è, e le televisioni ed i giornali sonnecchiano: forse per il troppo stress da cronaca nera? Chissà.

Roberto Brunelli
l’Unità
(5 novembre 2007)

Ma il Governo non va delegittimato

LA LETTERA

BARBARA SPINELLI

Caro direttore,
ti scrivo perché la linea editoriale che esprimi non mi trova del tutto consenziente. Non è questione di convinzioni diverse, né di diversa collocazione politica.
Che in un giornale libero si esprimano opinioni anche contrastanti mi pare non solo normale, ma arricchente. Quel che sento davanti al tuo articolo, e a tanti che somigliano al tuo nei giornali indipendenti, non è dissenso, ma un disagio molto profondo. Ho l’impressione di assistere a una sorta di disfacimento della democrazia rappresentativa, e di perdita di senso del voto espresso alle urne dagli elettori. Dalla primavera dell’anno scorso l’Italia ha un governo, scelto dagli italiani per la durata di cinque anni, che è stato messo in questione quasi fin dal primo giorno: non dagli elettori tuttavia, ma da un capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi, che il giudizio delle urne non l’ha mai accettato e che ogni sera da diciotto mesi annuncia a televisioni e giornali la fine di Prodi: prima negando i risultati, poi denunciando brogli, poi intimidendo i senatori a vita, poi appellandosi al cattivo umore della gente, in dispregio costante dei dettami costituzionali. Una strategia di delegittimazione del tutto anomala, ma che molto rapidamente è stata banalizzata e fatta propria da tutti coloro che fanno opinione, essenzialmente giornali e televisioni pubbliche oltre che private.
Adesso questo governo ha circa un anno e mezzo ed è giudicato spacciato, finito, senza che io come elettore abbia in alcun modo concorso a questo sviluppo. In un certo senso mi sento defraudata del mio voto: organismi intermedi si sono insediati tra l’elettore e la rappresentanza da esso scelta, e sono questi organismi che hanno deciso e decidono tutto: i giornali appunto e questa o quella corporazione sindacale, questa o quella lobby, questo o quel personaggio della maggioranza, ansioso di cambiar casacca per ottenere posti che non ha avuto nel presente governo. Sono questi organi intermedi che stanno decretando che questo governo è caduto (che è «una carcassa che si trascina», scrivi con linguaggio che, ti confesso, mi ha scosso per la violenza che contiene). Sono questi organi che per la seconda volta nella storia recente - e in modo ancor più inquietante che nel 1998 - accettano che il crimine contro il ministero Prodi venga compiuto. E lo decretano prima che il tempo costituzionalmente assegnato al governo sia concluso. Prima che gli italiani siano chiamati a votare, allo scadere normale della legislatura. Non sono defraudata solo del voto. Mi vien tolta anche la sacralità del tempo conferito col mandato, così preziosa nelle democrazie: la certezza che il tempo che ho dato al governo eleggendolo non sarà interrotto da forze interessate e sondaggi senza rapporto con le urne.
Tu scrivi che il centro-sinistra deve andare a casa perché mai c’è stato in Italia governo impopolare come questo. Anche qui provo vero disagio, non fosse altro perché non manca giorno in cui i riformisti chiedono ai governanti di «rischiare l’impopolarità». I governi non vanno a casa perché a un certo punto (dopo una settimana o un mese o un anno) si constata che non si vendono troppo bene: nella democrazia rappresentativa un governo non è un sapone, né un’automobile, e neppure un giornale che conquista o non conquista lettori. È qualcosa di radicalmente diverso, costruitosi lungo i secoli, reso sempre più complesso da una storia lunga. Il disagio cresce se penso ai Paesi europei che mi è capitato di conoscere negli ultimi decenni: tutti hanno prima o poi traversato periodi anche assai lunghi di impopolarità (è stato così per i governi Schmidt, Kohl, Schröder; per i primi ministri e Presidenti francesi; per i premier inglesi a cominciare dal governo Thatcher) e mai ho visto all’opera il tumulto che esiste da noi: il gusto apocalittico che si espande, l’inestinguibile sete di andare alle urne prima del tempo, trascinati da sondaggi e da opinioni che prevalgono nei salotti. Mai ho visto un così vasto schieramento di forze distruttive, che quasi hanno timore di costruire e pazientare. Forze che prese una per una sembrano aver dimenticato il proprio mestiere, oltrepassandolo sempre. Che confondono, in maniera inaudita, il criticare anche severo con l’esigere, perentorio, che il governo cada al più presto. Neppure George W. Bush, eletto grazie a una decisione indecorosa della Corte Suprema che ha escluso il vero vincitore delle presidenziali, nel 2000, ha avuto davanti a sé una sì intensa volontà demolitrice. Mai ho visto tanta gente uniformemente invocare la fine d’una legislatura, e volontariamente servire il disegno di chi parla di democrazia ma non ne rispetta la regolamentazione. Tra la strategia di riconquista apprestata da Berlusconi fin dal 10 aprile 2006 e quel che mi dicono oggi giornali e tv non riesco, per quanto ci provi, a scorgere più differenza alcuna.
Il fatto è che queste forze distruttive si comportano come se non sapessero la storia che stanno facendo, e cosa precisamente vanno disfacendo. Hanno anzi l’impressione di essere indipendenti, libere come non lo sono state in passato.
Non mi paiono libere. Tranne alcune eccezioni, ancor più luminose perché rare e solitarie, quasi tutti son sedotti da questo desiderio di dissoluzione, che allarga i cuori e trasforma ogni commentatore critico in governatore dell’universo, oltre che dell’Italia. Commentatori che constatano un disastro che essi stessi, giorno dopo giorno, hanno contribuito a creare. Non è l’idea che mi faccio né della democrazia, né della vocazione di testimone e pensatore affidata alla figura del giornalista.
Un caro saluto.
Cara Barbara, pubblico con piacere la tua lettera, convinto come te dell’opportunità che «in un giornale libero si esprimano opinioni anche contrastanti», senza entrare nel merito della tua risposta e dell’interpretazione che tu hai dato del mio fondo pubblicato giovedì 25 ottobre. Un caro saluto. [G.A.]
La Stampa (30 ottobre 2007)

LE CONDIZIONI DEL VOTO

L'ultimo atto del faticoso premierato di Romano Prodi, la guerricciola tra Di Pietro e Mastella, non si discosta troppo da quelli che l'hanno preceduto: uno strappo rappezzato in extremis grazie alla tenacia che tutti riconoscono al presidente del Consiglio, ma accompagnato da nuove rotture tra i ministri (questa volta sul fronte della sicurezza) e da più allarmanti vaticini di crisi da parte di coloro che finora erano stati alleati affidabili. Giorno dopo giorno, ingarbugliato da esasperati tatticismi che - come nel caso del protocollo sul Welfare - hanno finito con lo scontentare un po’ tutti, e indebolito da allarmi angosciati sul mercato dei senatori e da minacce di crisi pronunciate da politici che non hanno intenzione di provocarla davvero, il filo del governo si è fatto assai corto. Ormai da mesi il ministero trascina la sua carcassa all’insegna dell’emergenza e della precarietà, costretto a tradurre in un conflitto ininterrotto il fallimento della coalizione che lo sostiene. L’impopolarità senza precedenti di Prodi è la personificazione di questo problema politico che ingloba e avviluppa Palazzo Chigi, sommando la delusione e la sfiducia dell’elettorato di centro-sinistra, un elemento sociale e psicologico che sarà difficile recuperare, e la rabbia di gran parte dell’elettorato di destra. Il giudizio prescinde perfino da un esame bilanciato tra alcuni errori clamorosi, come l’indulto, e alcuni risultati che vanno riconosciuti ai ministri sul terreno dei conti pubblici e delle liberalizzazioni. Il mondo della politica e la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica (non soltanto quella parte che fa comunque professione di antipolitica) ne sono ormai certi: questo governo ha fallito.
Il cavalier Berlusconi, col suo ininterrotto preannuncio di fine, aggiunge solo un che di grottesco. Come ai tempi degli ultimi esecutivi della Prima Repubblica, la residua energia vitale del ministero è rivolta al tirare a campare, senza nemmeno domandarsi per che. Arroccati nella presuntuosa convinzione che gli elettori del centro-sinistra e parte di quelli del centro-destra non vogliano correre il rischio di una nuova stagione berlusconiana, gli inquilini dei vari palazzi romani cercano di intercettare gli umori popolari in tema di tasse, sicurezza, costi della politica annunciando soluzioni impraticabili, misure feroci su zingari e lavavetri, riduzioni delle spese degli altri in un crollo verticale di consapevolezza e credibilità: non era mai accaduto che un ministro della Giustizia inquisito arrivasse a sottrarre al magistrato l’inchiesta che lo riguarda e che, per l’indispensabilità dei suoi voti all’esigua maggioranza, venisse blandito dal presidente del Consiglio. La lunga catena di insabbiamenti, dei quali è ricca la storia repubblicana, in questi giorni è arrivata allo zenit. È difficile, quindi, oggi trovare motivi per allungare la vita del governo. Ed è legittimo sospettare che certi inviti a soluzioni tecniche e istituzionali celino la tentazione di prendere tempo. Ma l’appello: al voto, al voto!, che risuona nelle piazze e nei talk-show televisivi pronunciato con maggiore o minor convinzione da esponenti della maggioranza e dell’opposizione, rischia di produrre un appuntamento destinato a funzionare semplicemente da valvola di sfogo per la delusione Prodi. Così come un anno e mezzo fa espresse l’irritazione dell’elettorato per la delusione Berlusconi. C’è una significativa simmetria, naturalmente respinta dagli interessati, tra le critiche rivolte al governo di centro-destra e gli addebiti riferiti al centro-sinistra, soprattutto dagli economisti e dai politologi di parte liberale: tutti si riconducono alla difficile governabilità del Paese. Andare a votare con l’attuale legge elettorale significherebbe, stando ai sondaggi, trovarsi di fronte alla vittoria di un centro-destra bloccato, dotato di una maggioranza al Senato (salvo un’improbabile vittoria nelle regioni “rosse”) forse un po’ più ampia ma non troppo dissimile da quella odierna dell’Unione. Un centro-destra, cioè, alle prese con le stesse difficoltà politiche che gli hanno impedito di trasformare il Paese durante la scorsa legislatura, aperta dalla trionfale vittoria del 2001. Non a caso il Presidente della Repubblica, preoccupato dalla concretezza di questo scenario, ha detto e scritto ripetutamente, ieri per l’ennesima volta, che non si può andare alle urne senza una riforma delle norme attuali. Per darsi regole nuove, nell’interesse di tutti, basterebbero pochi mesi. Ma non è il caso di illudersi: una politica rinserrata in se stessa e capace di seguire una sola bandiera, quella del continuismo, ha già superato i fantasmi evocati dai dibattiti sulla “casta” e dalle urla di Grillo e ha ridotto il suo senso di responsabilità circa gli interessi dell’Italia all’esigenza di approvare la Finanziaria per evitare l’esercizio provvisorio, con le prevedibili nefaste conseguenze sul debito pubblico e sull’economia. Già nel centro-sinistra si delineano piani che prevedono la sconfitta elettorale come un male minore per il futuro del Pd e prefigurano il Cavaliere, giusta nemesi, intento a fare i conti con la sua legge “porcata”. Insomma, la consueta altalena. Che in queste condizioni, però, rappresenta soltanto una via di fuga. Utile probabilmente a qualcuno, ma non certo al Paese.

Giulio Anselmi
La Stampa (25 ottobre 2007)

Segreteria bocciata in Economia

Peccato, perché pare l’unico ministro, anzi vice, capace di far pagare un po’ di tasse agli evasori. Ma Vincenzo Visco ha il brutto vizio, decisamente incompatibile col suo status, di non rispondere ai giornalisti scomodi. Cioè ai giornalisti veri. È accaduto già due volte in pochi mesi con Ferruccio Sansa e Marco Menduni del “Secolo XIX”, autori di due eccellenti inchieste che lo riguardano. La prima (se n’è occupato anche il nostro Marco Lillo) a proposito del “tesoretto” da 100 miliardi di euro che lo Stato non ha mai riscosso dai concessionari, spesso malavitosi, di videopoker e altre slot-machines. La seconda, recentissima, svela gli imbarazzantì appalti concessi da due enti controllati dal ministero dell’Economia a una società, la Gpsc srl, di cui fino a qualche mese fa era azionista Giovanni Sernicola, capo della segreteria dello stesso viceministro dell’Economia. Fra gli attuali soci figurano l’ex vice-capogabinetto di Visco, Fortunato Cocco, e il cugino di Sernicola, Filippo Bucarelli. Interessante anche la sede della Gpsc: lo stesso stabile in viale Angelico 163 a Roma, quartiere Prati, che ospita gli uffici della Nens (Nuova economia nuova società), l’associazione privata fondata da Visco e dal collega Pierluigi Bersani, e presieduta fino a pochi mesi fa da Sernicola. Di chi sono gli uffici? Della famiglia dell’architetto Elisabetta Spitz, direttrice del Demanio dello Stato nominata dallo stesso Visco, nonché moglie (ora separata) di Marco Follini, l’ex leader dell’Udc da poco passato all’Unione. E chi rimpinza la Gpsc di appalti pubblici per milioni di euro? Il Demanio e la Sogei, entrambi controllati dal ministero di Visco. La Sogei, fra l’altro, è la società che doveva controllare sui suoi terminali le giocate delle slot machines, ma non lo faceva perché le macchinette non erano collegate, così i gestori ingrassavano in barba al fisco. Nessun reato, ci mancherebbe. Ma, come osserva Gherardo Colombo, «in Italia pare che le uniche responsabilità siano quelle penali»». E quelle morali, deontologiche e politiche? E i conflitti d’interessi? Sia gentile, viceministro Visco. Anziché respingere i cronisti che si occupano di lei con la frase arrogante «con voi non parlo», si rassegni: un ministro, anche se vice, risponde proprio ai cronisti che si occupano di lui. Meglio chiarire presto quegli strani appalti e spiegare quel tesoretto non incassato. Nel resto d’Europa, i ministri si dimettono per molto meno, persino per aver raccomandato la colf per il permesso di soggiorno. Figurarsi i vice.
SIGNORNÒ
MARCO TRAVAGLIO
L’espresso
(22 novembre 2007)