La verità è che agli ultimi anni di vita di Enzo Biagi, come per Indro Montanelli, la grata nazione, l’ammirato ceto politico e soprattutto la devota schiera di colleghi più giovani hanno riservato un pestaggio quotidiano. Negli ultimi mesi, Montanelli aveva cambiato numero di telefono e cancellato le iniziali dal citofono per sfuggire a minacce e molestie. Enzo Biagi aveva eliminato dalla «mazzetta» dei giornali la metà dei quotidiani perché, ripeteva, «nella vita esistono già i grandi dolori, almeno i piccoli bisogna evitarli». Ad ogni buon conto, mentre Enzo viveva grandi dolori, c'era chi s'incaricava volentieri di dargliene contìnuamente di piccoli. Mezzecalze frustrate, ragazzi ansiosi di carriera, servi dalle molte vite ideologiche hanno continuato a scrivere sui loro giornalini che «l'avidità di Biagi» era «il principale ostacolo al suo ritorno in tv», anche quando aveva già comunicato che sarebbe tornato alla Rai con uno stipendio da redattore da versare a una parrocchia per l'assistenza ai poveri. La bellezza del ricordo umano di Biagi vince sempre sul resto. Ma, conoscendolo, a Biagi, più che essere celebrato, sarebbe piaciuto continuare attraverso gli altri. Fra tutti i posti ricoperti in una lunga carriera costellata da dimissioni forzate, quello in Rai era il più amato. Corso Sempione era la sua vera casa, i suoi collaboratori ai programmi, da Franco Iseppi a Loris Mazzetti, erano i suoi veri amici. Perfino nei momenti più tristi, appena poteva, dava sfogo al suo orgoglio Rai, lodava i bei programmi superstiti, come Report di Milena Gabanelli e Che tempo che fa di Fazio («Mediaset non li potrebbe mai fare»). Nella stagione delle epurazioni, non si è battuto soltanto per II Fatto, ma ha sempre ricordato Santoro, Luttazzi, Guzzanti, Beha, Massimo Fini, Gianluca Nicoletti e tanti altri. Insomma, ha difeso un'idea di servizio pubblico.
Se i molti caimani che hanno esaltato la «grande lezione di Biagi» vogliono davvero rendere un omaggio al grande Enzo, approvino in Parlamento una riforma della tv di Stato che liberi
Curzio Maltese
Il Venerdì di Repubblica (16 novembre 2007)
lunedì 19 novembre 2007
Lacrime di coccodrillo (e di caimano) per Enzo Biagi
Cosa nascondono gli attacchi di Berlusconi a Prodi
Da qualche mese la politica italiana è dominata dall'ossessione dei moderati berlusconiani e di Alleanza nazionale di far cadere il governo Prodi.
Non c'è trasmissione televisiva o foglio stampato in cui non ripetano in modi aspri e offensivi l'invito a Romano Prodi a lasciare libero il campo alla destra moderata, salvatrice della patria. Che cosa c'è alla base di questa ossessione? Davvero i moderati rimpiangono il governo e la possibilità di perseguire con esso il bene pubblico? Certamente no. Per quanto uomini di parte, i seguaci di Silvio Berlusconi e di Gianfranco Fini non possono ignorare che il loro governo è stato pessimo per il bene pubblico. Negli anni del governo Berlusconi sono stati inferti colpi micidiali alla giustizia e alla sua indipendenza. A questo punto, viene naturale di dare una diversa interpretazione dell'ossessione dei moderati: non rimpiangono il buon governo, ma rimpiangono fortemente il governo degli affari.
Gli esponenti della destra, gli imprenditori e gli affaristi che stanno attorno a Berlusconi hanno urgente bisogno del governo, non per fare buone leggi, ma per fare buoni affari. Chi ha nelle mani i governi ha nelle mani i mezzi per cogliere e produrre occasioni vantaggiose. Basti pensare a ministeri come quelli dei Lavori pubblici o degli Interni per capire che chi ne è a capo può cogliere occasioni di guadagno enormi e in pratica incontrollabili.
L'unico ostacolo che si oppone a questo disegno della destra è
Non si può aprire un giornale o guardare la televisione, variamente influenzata da Forza Italia e da An, senza ascoltare dei propagandisti screditati, e notoriamente passati per cento padroni, che lanciano bassi insulti a uomini politici come Prodi e Veltroni che, alla resa dei conti, si adoperano per tenere in piedi in qualche modo lo Stato democratico. Colpisce in questo tentativo eversivo della destra una violenza sorda. E si capisce benissimo che dietro tutti gli pseudoragionamenti politici c'è soltanto, e dominante, il desiderio di fare soldi con estrema facilità e senza rischi.
Giorgio Bocca
Il Venerdì di Repubblica (16 novembre 2007)
Perugia, quei bravi ragazzi
Belli, giovani e benestanti. Di scolarizzazione medio alta. Nel decòr di una delle più preziose città d’arte d’Europa (cioè del mondo, visto che le città d’arte stanno quasi tutte in Europa), Perugia. Benedetti da un vita allegra e gratificante: musica, amici, libertà, studio, soldi, nessuna responsabilità, le famiglie (lontane) che, senza pesare con la loro presenza, rendono possibile la bella vita. Si può tirar tardi, si può fare sesso, si può tirare il sesso oltre i limiti del, già probabilmente consumato fino alla noia, rapporto tra «fidanzatini». Le orgette, gli scambi. Le ammucchiate. La studentessa della porta accanto non ci sta?
Meglio, capace che è anche più divertente. La metti sotto, le fai il mazzo, «niente sesso siamo inglesi» non era il titolo di una commedia? Un po’ di violenza è un eccitante mai provato. Meglio se fa la riottosa, c’è più gusto. Poi qualcosa va storto. E la studentessa della porta accanto muore.
Una specie di «caso Montesi» senza adulti di potere, orizzontale, fra principianti? È uno scenario possibile, per la morte di Meredith. Come è possibile anche l’altro, più classico, che piacerebbe ai leghisti: Patrik Lumumba, di anni 37 secondo alcune fonti, secondo altri 47, congolese e musicista, anche lui d’alto lignaggio (esistono, anche fra i neri), nonché gerente di un locale alla moda: con la sua brutta faccia schiacciata (giudico dalle fotografie) e i capelli annodati di ricci vuole fare sesso con la bella ragazza inglese. Lei non vuole. Lui, in un impeto di rabbia al testosterone, la prende a coltellate.
È una reazione, di questi tempi, sciagurata e conosciuta. Fidanzati che non vogliono essere mollati, ex mariti, innamorati respinti, stupratori a vari titolo convinti di essere ben accolti... non siamo ancora arrivati al getto di acido solforico in faccia come in Pakistan, in Nepal o in Bangladesh, ma certo l’epilogo di sangue è diventato sempre più frequente, anche nel nostro civilizzato paese. Il terzo scenario, quello che vede presunto assassino protagonista (pare che a colpire sia stata una mano maschile) un laureando in ingegneria decisamente bello, decisamente ricco (basta guardarlo) e fidanzato con una specie di Sharon Stone bambina, è una vera ghiottoneria mediatica, in quanto, per i più, sorprendente.
Possibile che, avendo tutto quel ben di Dio, si voglia altro? Possibile che si diventi anche cattivi? A guardare la fotografia dei due fidanzati, Amanda Knox (un nome da top model) e Raffaele Sollecito (un nome da romanzo sulla provincia meridionale), lei di profilo, lui di tre quarti, mentre la macchina della polizia li porta in Questura, quasi sprezzanti nel freddo sguardo assorto dei quattro occhi azzurri, c’è di che interrogarsi sulle nostre adulte fantasie di felicità, sulle nostre nostalgie.
Nessuna condizione, nessun privilegio ci mette al riparo dalla violenza, dalla sopraffazione. Non c’è spiegazione sociologica che valga per tutti. Non ci sono colpevoli collettivi, categorie di comodo che disinneschino la sensazione brutta di un degradarsi progressivo delle relazioni fra donne e uomini, fra ragazze e ragazzi. Non si può dire «i rumeni sono violenti» o «gli albanesi sono cattivi». Non si può dire: «togliamoci dai piedi i Rom». Cioè, si può, ma è inutile. Non ci libererà dal male.
Una seducente studentessa nata e cresciuta a Washington non è l’immagine che ci viene in mente quando sentiamo la parola «extracomunitario», è una straniera di qualità, di quelle coccolate dalla nostra esterofilia. Una turista dai paesi ricchi. Una che ci onora con la sua augusta presenza. Che sia, come già Erika de Nardo (la graziosa biondina sedicenne colpevole d’aver assassinato sua madre e suo fratello nel 2001), una piccola amorale che mente come respira, non ridurrà il suo appeal. Ha inanellato bugie per quattro giorni? Non importa, ci sarà sempre un sito che raccoglie per lei lettere di innamorati: perché è bella, perché è bionda, perché è giovane. Nella nostra società l’immagine è tutto. Ha preso il posto del sacro, della fatica, del sacrificio, del talento, della bontà. L’immagine, e il sangue. Quando i due ingredienti si mescolano l’attenzione si fa spasmodica. Corrono fiumi di parole, si ricostruisce, si analizza, si commenta, si chiosa. Anche se c’è ben poco da dire. Nei primi sei mesi del 2007 le donne uccise in Italia sono state 57. Quasi dieci al mese. Nei primi sei mesi del 2007, 141 donne sono state vittime di tentato omicidio, 10 383 di lesioni, 1805 di stupro o abuso sessuale. Dovremmo parlare di questo, dovremmo cercare di capire quale disordine profondo, quale terremoto inconscio, produce questo fall out di dolore, questa aggressività fra consanguinei, fra amanti, fra coniugi, fra compagni. Dovremmo cercare di capire perché, a trent’anni dalle lotte femministe che ci hanno conquistato il diritto di esistere emotivamente, di desiderare invece che essere soltanto oggetto di desiderio, ancora oggi, una ragazza, come ai tempi di Maria Goretti, successivamente ordinata santa, non può dire di no, non può opporre un rifiuto a chi vuole servirsi del suo corpo.
Che cosa ci sta succedendo?
Lidia Ravera
l’Unità (9 novembre 2007)
Cronaca isterica
Guardando la tv in questi giorni pieni di baracche fatiscenti, volti scavati, bravi cittadini frementi di indignazione e paura, politici che tuonano dei problemi della sicurezza e forze dell'ordine particolarmente zelanti, viene da riflettere sulle evoluzioni cliniche delle varie malattie di cui è affetta l'informazione in Italia.
Un tempo si diceva che mostrare la paura era, in qualche modo, catartico, e per questo i media ne erano pieni, di racconti della paura, di crimini efferati, di mostri da sbattere in prima pagina. Poi ci si è convinti della tendenza manipolatoria media nel raccontarci la paura: per cui si è continuato con i crimini efferati e con i mostri da sbattare in prima pagina (o in diretta), ed il senso era quello di diffondere un senso generalizzato di inquietudine al fine di rendere plausibile ogni intervento di natura repressiva. Cioé: cittadini nevrotizzati da una parte, media manipolatori dall'altra.
Oggi, passando in rassegna tutta l'informazione tv, soprattutto il Tg1, il Tg2, il Tg5, i vari Matrix, Porta a Porta, Studio aperto, il Tg4,
Si fa un gran dibattere, anche, della amplificazione della percezione del rischio ad opera dei media: si è parlato talmente tanto del sangue a Cogne, del massacro di Erba, dell'assassino di Garlasco, ora anche della studentessa inglese ammazzata a Perugia oltreché, ovviamente, della signora Reggiani uccisa e gettata in un dirupo a Tor di Quinto, che il delitto pare essere diventato di casa. La percezione del rischio c'è, ed è diventato totalizzante, forse una malattia sociale, in barba al fatto che i delitti violenti, negli ultimi dieci-quindici anni, sono nettamente calati (lo dicono autorevoli statistiche), mentre il senso di paura è cresciuto in maniera inversamente proporzionale.
Oltre alla nevrosi, il fenomeno potrebbe anche chiamarsi «strabismo mediatico». Pare che i rom siano una massa di potenziale assassini, o se non altro criminali, ed è meritevole se almeno, in questo fervore tutto rivolto alla sicurezza totale, ogni tanto qualcuno si degna di dare uno sguardo anche «dall'altra parte», ossia nelle baracche, e va a dare un'occhiata a quei volti, alle storie che ciascuno di essi ci racconta e si porta dietro, come per esempio ha fatto, e va detto, il Tg1 di Gianni Riotta. È praticamente certo che se ad essere uccisa fosse una rom, i giornali ed i tg avrebbero dedicato alla medesima storia al massimo una breve, e lo diciamo ovviamente con tutto il rispetto per la signora Reggiani, ed il dolore dei suoi cari.
Tornando alla nevrosi, i tg e i loro parenti sembrano rispondere quasi sempre emotivamente ai fatti di cronaca. Gli indiziati e sospetti sono quasi tutti colpevoli alla prima apparizione, i giornali tagliano le foto zoomando sullo sguardo enigmatico del probabile assassino, mentre la foto segnaletica diventa praticamente il logo del male assoluto. Quasi istericamente reagiscono i media, accavallando titoli su titoli, notizie su notizie, alcune infondate oppure tutte da verificare, spesso da precisare o da smentire, rinunciando a quello che dovrebbe essere la loro funzione ontologica, che è quella (come dice il loro nome stesso) di «mediare» tra la complessità di un fatto e la ricettività di lettori, ascoltatori, spettatori. Isterica è la tv, come quasi isterici sono i dibattiti, che moltiplicano tutti insieme gli stessi servizi, con gli stessi toni: prendete, in queste sere, Matrix, Porta a Porta, Exit su La7, Primo piano, tutti in sincrono perfetto inchiodate sui romeni e sulla sicurezza, un po' come qualche settimana fa capitava con Garlasco. Certamente isterica appare buona parte della classe politica, che per qualche motivo ha deciso di farsi dettare l'agenda dalla televisione e si precipita a rilasciare con grande cipiglio una qualche dichiarazione «format-style» alle telecamere dei tg o ai suddetti dibattiti, che già di per sé sembrano tutti quanti un bandolo di nervi scoperti.
Strabismo, dicevamo. Che sta anche nell'indicare in certe tremende emergenze - che certamente ci sono, ci mancherebbe - l'allarme assoluto, il disastro dietro l'angolo della porta, proprio come fossimo in un remake di Independence day o qualche altro polpettone catastrofico venuto da Hollywood, ma nel dimenticarsi di altre. Ci sono infinitamente più morti sulle strade italiane, ed infinitamente più morti sul lavoro, ed infinitamente più morti per alcol che non gente uccisa da criminali di passaggio. Ma l'allarme sociale non c'è, e le televisioni ed i giornali sonnecchiano: forse per il troppo stress da cronaca nera? Chissà.
Roberto Brunelli
l’Unità (5 novembre 2007)
Ma il Governo non va delegittimato
BARBARA SPINELLI
Caro direttore,
ti scrivo perché la linea editoriale che esprimi non mi trova del tutto consenziente. Non è questione di convinzioni diverse, né di diversa collocazione politica.
Che in un giornale libero si esprimano opinioni anche contrastanti mi pare non solo normale, ma arricchente. Quel che sento davanti al tuo articolo, e a tanti che somigliano al tuo nei giornali indipendenti, non è dissenso, ma un disagio molto profondo. Ho l’impressione di assistere a una sorta di disfacimento della democrazia rappresentativa, e di perdita di senso del voto espresso alle urne dagli elettori. Dalla primavera dell’anno scorso l’Italia ha un governo, scelto dagli italiani per la durata di cinque anni, che è stato messo in questione quasi fin dal primo giorno: non dagli elettori tuttavia, ma da un capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi, che il giudizio delle urne non l’ha mai accettato e che ogni sera da diciotto mesi annuncia a televisioni e giornali la fine di Prodi: prima negando i risultati, poi denunciando brogli, poi intimidendo i senatori a vita, poi appellandosi al cattivo umore della gente, in dispregio costante dei dettami costituzionali. Una strategia di delegittimazione del tutto anomala, ma che molto rapidamente è stata banalizzata e fatta propria da tutti coloro che fanno opinione, essenzialmente giornali e televisioni pubbliche oltre che private.
Adesso questo governo ha circa un anno e mezzo ed è giudicato spacciato, finito, senza che io come elettore abbia in alcun modo concorso a questo sviluppo. In un certo senso mi sento defraudata del mio voto: organismi intermedi si sono insediati tra l’elettore e la rappresentanza da esso scelta, e sono questi organismi che hanno deciso e decidono tutto: i giornali appunto e questa o quella corporazione sindacale, questa o quella lobby, questo o quel personaggio della maggioranza, ansioso di cambiar casacca per ottenere posti che non ha avuto nel presente governo. Sono questi organi intermedi che stanno decretando che questo governo è caduto (che è «una carcassa che si trascina», scrivi con linguaggio che, ti confesso, mi ha scosso per la violenza che contiene). Sono questi organi che per la seconda volta nella storia recente - e in modo ancor più inquietante che nel 1998 - accettano che il crimine contro il ministero Prodi venga compiuto. E lo decretano prima che il tempo costituzionalmente assegnato al governo sia concluso. Prima che gli italiani siano chiamati a votare, allo scadere normale della legislatura. Non sono defraudata solo del voto. Mi vien tolta anche la sacralità del tempo conferito col mandato, così preziosa nelle democrazie: la certezza che il tempo che ho dato al governo eleggendolo non sarà interrotto da forze interessate e sondaggi senza rapporto con le urne.
Tu scrivi che il centro-sinistra deve andare a casa perché mai c’è stato in Italia governo impopolare come questo. Anche qui provo vero disagio, non fosse altro perché non manca giorno in cui i riformisti chiedono ai governanti di «rischiare l’impopolarità». I governi non vanno a casa perché a un certo punto (dopo una settimana o un mese o un anno) si constata che non si vendono troppo bene: nella democrazia rappresentativa un governo non è un sapone, né un’automobile, e neppure un giornale che conquista o non conquista lettori. È qualcosa di radicalmente diverso, costruitosi lungo i secoli, reso sempre più complesso da una storia lunga. Il disagio cresce se penso ai Paesi europei che mi è capitato di conoscere negli ultimi decenni: tutti hanno prima o poi traversato periodi anche assai lunghi di impopolarità (è stato così per i governi Schmidt, Kohl, Schröder; per i primi ministri e Presidenti francesi; per i premier inglesi a cominciare dal governo Thatcher) e mai ho visto all’opera il tumulto che esiste da noi: il gusto apocalittico che si espande, l’inestinguibile sete di andare alle urne prima del tempo, trascinati da sondaggi e da opinioni che prevalgono nei salotti. Mai ho visto un così vasto schieramento di forze distruttive, che quasi hanno timore di costruire e pazientare. Forze che prese una per una sembrano aver dimenticato il proprio mestiere, oltrepassandolo sempre. Che confondono, in maniera inaudita, il criticare anche severo con l’esigere, perentorio, che il governo cada al più presto. Neppure George W. Bush, eletto grazie a una decisione indecorosa della Corte Suprema che ha escluso il vero vincitore delle presidenziali, nel
Il fatto è che queste forze distruttive si comportano come se non sapessero la storia che stanno facendo, e cosa precisamente vanno disfacendo. Hanno anzi l’impressione di essere indipendenti, libere come non lo sono state in passato.
Non mi paiono libere. Tranne alcune eccezioni, ancor più luminose perché rare e solitarie, quasi tutti son sedotti da questo desiderio di dissoluzione, che allarga i cuori e trasforma ogni commentatore critico in governatore dell’universo, oltre che dell’Italia. Commentatori che constatano un disastro che essi stessi, giorno dopo giorno, hanno contribuito a creare. Non è l’idea che mi faccio né della democrazia, né della vocazione di testimone e pensatore affidata alla figura del giornalista.
Un caro saluto.
LE CONDIZIONI DEL VOTO
L'ultimo atto del faticoso premierato di Romano Prodi, la guerricciola tra Di Pietro e Mastella, non si discosta troppo da quelli che l'hanno preceduto: uno strappo rappezzato in extremis grazie alla tenacia che tutti riconoscono al presidente del Consiglio, ma accompagnato da nuove rotture tra i ministri (questa volta sul fronte della sicurezza) e da più allarmanti vaticini di crisi da parte di coloro che finora erano stati alleati affidabili. Giorno dopo giorno, ingarbugliato da esasperati tatticismi che - come nel caso del protocollo sul Welfare - hanno finito con lo scontentare un po’ tutti, e indebolito da allarmi angosciati sul mercato dei senatori e da minacce di crisi pronunciate da politici che non hanno intenzione di provocarla davvero, il filo del governo si è fatto assai corto. Ormai da mesi il ministero trascina la sua carcassa all’insegna dell’emergenza e della precarietà, costretto a tradurre in un conflitto ininterrotto il fallimento della coalizione che lo sostiene. L’impopolarità senza precedenti di Prodi è la personificazione di questo problema politico che ingloba e avviluppa Palazzo Chigi, sommando la delusione e la sfiducia dell’elettorato di centro-sinistra, un elemento sociale e psicologico che sarà difficile recuperare, e la rabbia di gran parte dell’elettorato di destra. Il giudizio prescinde perfino da un esame bilanciato tra alcuni errori clamorosi, come l’indulto, e alcuni risultati che vanno riconosciuti ai ministri sul terreno dei conti pubblici e delle liberalizzazioni. Il mondo della politica e la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica (non soltanto quella parte che fa comunque professione di antipolitica) ne sono ormai certi: questo governo ha fallito.
Il cavalier Berlusconi, col suo ininterrotto preannuncio di fine, aggiunge solo un che di grottesco. Come ai tempi degli ultimi esecutivi della Prima Repubblica, la residua energia vitale del ministero è rivolta al tirare a campare, senza nemmeno domandarsi per che. Arroccati nella presuntuosa convinzione che gli elettori del centro-sinistra e parte di quelli del centro-destra non vogliano correre il rischio di una nuova stagione berlusconiana, gli inquilini dei vari palazzi romani cercano di intercettare gli umori popolari in tema di tasse, sicurezza, costi della politica annunciando soluzioni impraticabili, misure feroci su zingari e lavavetri, riduzioni delle spese degli altri in un crollo verticale di consapevolezza e credibilità: non era mai accaduto che un ministro della Giustizia inquisito arrivasse a sottrarre al magistrato l’inchiesta che lo riguarda e che, per l’indispensabilità dei suoi voti all’esigua maggioranza, venisse blandito dal presidente del Consiglio. La lunga catena di insabbiamenti, dei quali è ricca la storia repubblicana, in questi giorni è arrivata allo zenit. È difficile, quindi, oggi trovare motivi per allungare la vita del governo. Ed è legittimo sospettare che certi inviti a soluzioni tecniche e istituzionali celino la tentazione di prendere tempo. Ma l’appello: al voto, al voto!, che risuona nelle piazze e nei talk-show televisivi pronunciato con maggiore o minor convinzione da esponenti della maggioranza e dell’opposizione, rischia di produrre un appuntamento destinato a funzionare semplicemente da valvola di sfogo per la delusione Prodi. Così come un anno e mezzo fa espresse l’irritazione dell’elettorato per la delusione Berlusconi. C’è una significativa simmetria, naturalmente respinta dagli interessati, tra le critiche rivolte al governo di centro-destra e gli addebiti riferiti al centro-sinistra, soprattutto dagli economisti e dai politologi di parte liberale: tutti si riconducono alla difficile governabilità del Paese. Andare a votare con l’attuale legge elettorale significherebbe, stando ai sondaggi, trovarsi di fronte alla vittoria di un centro-destra bloccato, dotato di una maggioranza al Senato (salvo un’improbabile vittoria nelle regioni “rosse”) forse un po’ più ampia ma non troppo dissimile da quella odierna dell’Unione. Un centro-destra, cioè, alle prese con le stesse difficoltà politiche che gli hanno impedito di trasformare il Paese durante la scorsa legislatura, aperta dalla trionfale vittoria del 2001. Non a caso il Presidente della Repubblica, preoccupato dalla concretezza di questo scenario, ha detto e scritto ripetutamente, ieri per l’ennesima volta, che non si può andare alle urne senza una riforma delle norme attuali. Per darsi regole nuove, nell’interesse di tutti, basterebbero pochi mesi. Ma non è il caso di illudersi: una politica rinserrata in se stessa e capace di seguire una sola bandiera, quella del continuismo, ha già superato i fantasmi evocati dai dibattiti sulla “casta” e dalle urla di Grillo e ha ridotto il suo senso di responsabilità circa gli interessi dell’Italia all’esigenza di approvare
Giulio Anselmi
Segreteria bocciata in Economia
Peccato, perché pare l’unico ministro, anzi vice, capace di far pagare un po’ di tasse agli evasori. Ma Vincenzo Visco ha il brutto vizio, decisamente incompatibile col suo status, di non rispondere ai giornalisti scomodi. Cioè ai giornalisti veri. È accaduto già due volte in pochi mesi con Ferruccio Sansa e Marco Menduni del “Secolo XIX”, autori di due eccellenti inchieste che lo riguardano. La prima (se n’è occupato anche il nostro Marco Lillo) a proposito del “tesoretto” da 100 miliardi di euro che lo Stato non ha mai riscosso dai concessionari, spesso malavitosi, di videopoker e altre slot-machines. La seconda, recentissima, svela gli imbarazzantì appalti concessi da due enti controllati dal ministero dell’Economia a una società,
SIGNORNÒ
MARCO TRAVAGLIO
L’espresso (22 novembre 2007)
Falso non fare, paura non avere
SIGNORNÒ
MARCO TRAVAGLIO
L’espresso (15 novembre 2007)
Arnoldo Previti Editore
Fervono a Milano i festeggiamenti per il centesimo compleanno dell'Arnoldo Mondadori Editore. Tra un convegno, una mostra e un vernissage, il centro di Milano (Scala, Galleria, Palazzo Reale) è stato per l'occasione privatizzato e trasformato dalla giunta Moratti in un gigantesco set per celebrare degnamente l'anniversario. Un libro, Album Mondadori 1907-2007, ricostruisce il primo secolo di vita del glorioso marchio. Purtroppo nell'indice dei nomi ne mancano due fondamentali: Metta Vittorio e Previti Cesare. Il primo è il giudice della Corte d'appello di Roma che il 24 gennaio 1991 annullò il lodo Mondadori e consegnò la casa editrice a Berlusconi, sottraendola al legittimo proprietario De Benedetti. Il secondo è l'avvocato occulto di Berlusconi che, insieme ai colleghi Pacifico e Acampora, fece recapitare a Metta almeno 400 milioni di lire in contanti, messi gentilmente a disposizione della Fininvest. Una storia così torbida e avvincente meriterebbe un Giallo Mondadori tutto per sé, o almeno un capitolo dell'Album encomiastico. Invece niente. Silenzio assoluto. Fra i rulli di tamburo e gli squilli di trombone delle celebrazioni, nessuno ricorda che da 16 anni Berlusconi possiede un gruppo editoriale, il primo d'Italia, che non gli appartiene. E come si chiama, dizionario alla mano, chi possiede una cosa che non gli appartiene? Ladro, se l'ha rubata lui. Ricettatore, se l'ha rubata un altro per lui. Per carità, parlare di furti o di ricettazioni avrebbe rovinato la festa. Ma qualcuno, almeno fra le righe, avrebbe potuto scriverlo che la prima casa editrice italiana fu sottratta 16 anni fa al legittimo proprietario dall'attuale capo dell'opposizione, che fra l'altro non l'ha ancora restituita. Non c'è nemmeno bisogno dei verbi al condizionale o dell'aggettivo «presunto», per raccontare questa storia: la sentenza di condanna di Previti, Metta & C. è definitiva da qualche mese, proprio come la prescrizione di Berlusconi. Per dire: forse Salman Rushdie e David Grossman, anch'essi l'altra sera alla Scala, non hanno mai saputo che i loro libri in Italia vengono pubblicati da un abusivo, che comprava giudici e sentenze. Sarebbe il caso di farglielo sapere. Ma non c'è pericolo: anche questa volta lasceranno l'Italia senza sospettare nulla. Leggendo i giornali di ieri han trovato molti particolari sull'abbigliamento di Marina Berlusconi, sulla pettinatura di Piersilvio, sulla lacca della Moratti (pare che il buco dell'ozono, che si stava restringendo, abbia ricominciato ad allargarsi), sulla leggendaria simpatia di Vespa e Confalonieri, ma nemmeno una parola sulla sentenza della Cassazione che ha definitivamente sancito l'illiceità del passaggio della sentenza che annullò il lodo Mondadori e sconvolse gli equilibri editoriali (e anche politici) dell'Italia. Visto che alla cerimonia ha preso parte l'Ingegnere (che nella causa civile da lui intentata ai berluscones attende la restituzione del maltolto, quantificato in un milione di euro), sarebbe stato facile ricordare, in due righe, com'è finita la faccenda. Invece niente, nemmeno una parola. Esemplare la paraculaggine della Stampa, che nella didascalia sotto la foto dell'Ingegnere scrive: "Lo sconfitto: De Benedetti battuto nel 1991 nella guerra per il possesso della casa editrice". Ecco, secondo
Ps. L'unico a ricordare la storia più recente della Mondadori è stato Piero Ricca, che ha tentato di volantinare stralci della sentenza in piazza Scala. Ma
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (15 novembre 2007)
Bello, onesto, emigrato in Australia...
Il più bel libro mai scritto su Bellachioma (a proposito: è ora di rinfoltire un po') è la biografia non autorizzata di Giuseppe Fiori. Ha un solo difetto: s'intitola «II grande venditore», mentre tutti sanno che il Cavaliere è, sì, bravo a vendere, ma molto più a comprare. O meglio, lo era. Ora la notizia che il senatore Nino Randazzo - 75 anni, originario di Salina, emigrato tanto tempo fa in Australia, già direttore del quotidiano Il Globo, da cui s'è dimesso l'anno scorso per evitare il conflitto d'interessi quando è stato eletto con
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (14 novembre 2007)
Ma mi Facci il piacere
L’altroieri, nell'AnnoZero dedicato a Enzo Biagi e dunque alla censura,
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (10 novembre 2007)
domenica 11 novembre 2007
L'estremo oltraggio
Caro Enzo, non vorrei disturbare il tuo secondo giorno di Paradiso, anche perché ti immagino lì affacciato sulla nuvoletta in compagnia delle tue adorate Lucia e Anna e dei tuoi amici Montanelli e Afeltra.
Ma, se vuoi farti qualche sana risata, dai un'occhiata a quel che sta accadendo in Italia intorno alla tua bara, perché ne vale la pena. Berlusconi è fuori concorso: ieri ha ringraziato l'Unità per aver riportato il testo dell'editto bulgaro in cui ti dava del «criminoso» e ordinava ai suoi servi furbi di cacciarti dalla Rai. «L'Unità - ha detto - finalmente mi ha reso giustizia». Dal che puoi dedurre quale sia il suo concetto di giustizia. Poi ha rivelato che l'editto bulgaro non c'è mai stato.
Ma, a parte il Cavaliere che ormai appartiene all'astrattismo, o al futurismo, ci sono tanti colleghi che, appena saputo della tua morte, han ritrovato la favella sul tuo conto, dopo un lungo silenzio durato sei anni, e han cominciato a parlare a tuo nome.
Marcello Sorgi - chi non muore si rivede - ha scritto sulla Stampa che «il maggior dolore di Biagi, nel 2002, all'epoca dell'editto» bulgaro, non fu l'editto bulgaro medesimo, ma «il ritrovarsi nel calderone berlusconiano dei reietti insieme con Santoro, Freccero, comici come Luttazzi e
Così il diktat bulgaro viene ridotto a incidente di percorso, a sfogo momentaneo, peraltro giustificato dalle tue «esagerazioni» (avevi financo intervistato Montanelli e Benigni). E nessuno ricorda che ancora un anno fa l'amico Silvio, quello che ti stimava tanto, non contento di averti fatto licenziare dalla Rai, chiese di farti fuori anche dal Corriere: «È una vergogna che un giornale come il Corriere della Sera ospiti i rancori di un vecchio rancoroso che ce l'ha con me» (Ansa, 21 maggio 2006).
Per fortuna è rimasto in vita qualche tuo vecchio amico di buona memoria, come Sergio Zavoli, che ha ricordato come la tua «prova più ardua e iniqua» sia stata proprio l'editto bulgaro. Ma è uno dei pochi. Era già accaduto al vecchio Indro, anche lui come te troppo generoso per aggiungere al testamento la lista delle persone che non avrebbe voluto alle sue esequie (lui però, forse presagendo l'affollamento di coccodrilli e paraculi attorno al feretro, diede disposizione di non celebrare alcun funerale). Prima di salutarti, caro Enzo, ti segnalo un'ultima delizia: Johnny Raiotta, quello del Kansas City, ha chiuso lo speciale Tg1 a te dedicato con queste parole: «Biagi fu cacciato dal tg dopo pochi mesi, io al Tg1 sono durato già il doppio. In qualche modo, l'Italia migliora...». Che vuoi farci, è l'evoluzione della specie.
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l'Unità (8 novembre 2007)
Per tutte le stagioni
In questo paese di smemorati selettivi, si può dire tutto e il contrario di tutto senza mai vergognarsi. Capita persino di sentire l'ometto che ha rovinato gli ultimi 5 anni di vita a Enzo Biagi raccontare la sua affettuosa amicizia con Enzo Biagi. E chi raccoglie le sue dichiarazioni, anziché sputargli in faccia ricordandogli il diktat bulgaro e gl'insulti dei servi sciocchi e furbi, le registra con freddezza anglosassone. Ricordate il pm Woodcock? Il 18 giugno 2006, nel salotto dell'insetto, Gianfranco Fini dichiarò che «in un paese civile quel pm avrebbe già cambiato mestiere». Quel pm era colpevole di avergli arrestato il portavoce, Salvatore Sottile, quello che faceva i colloqui orizzontali alle aspiranti veline alla Farnesina, tra stucchi e feluche; e di avergli intercettato la moglie Daniela, impegnata in vari traffici con
Ricordate
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MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (7 novembre 2007)
Baciamolemani
Ieri Il Giornale di Mario Giordano, al cui confronto quello di Belpietro era un bel giornale, si faceva beffe, per la penna del suo direttore, di Romano Prodi. Il quale, due giorni fa, aveva raccontato su Repubblica una sua mattinata in coda all'ufficio anagrafe di Bologna. Le lettere dei politici ai giornali, di solito, sono poco interessanti. Così come quelle dei loro portavoce e delle loro consorti. In questo periodo, poi, qualunque cosa faccia un politico suona vuoto e stonato. Il fatto strepitoso è che Il Giornale trovi vuoto e stonato soltanto quel che fa l'Unione: non si ricorda, a memoria d'uomo, non dico una critica, ma nemmeno un pigolìo men che encomiastico su qualche leader del centrodestra. Salvo, si capisce, quando qualche leader del centrodestra osa sporgersi un po' oltre il filo spinato tracciato dal Cavaliere. L'altro giorno il Cavaliere presenziava al Bagaglino allo spettacolo «Vieni avanti cretino». Lui è venuto avanti. Ha raccontato barzellette sul palco. Ha spiegato che era lì perché «l'avevo promesso all'amico Pino Insegno» (ah, i bei tempi in cui parlava con l'amico Putin e l'amico Bush!).
Poi, fra una battuta e l'altra, ha commentato la morte della signora Reggiani: «Mi dispiace moltissimo». L'avesse fatto Prodi, sai le risate, i frizzi e i lazzi. Invece si trattava del padrone, e il Giornale ha registrato la notizia con freddezza anglosassone. Noi comunque siamo grati alla nuova direzione perché, dopo anni di sconfinamenti nel campo del giornalismo - magari fazioso, ma giornalismo - il Giornale ha rapidamente imboccato la via della satira.
Lunedì scorso allegava un inserto patinato in «edizione gold» dal titolo «Dossier Sicilia. Rivista di analisi su economia e impresa» a cura de «II Circolo di Milano» fondato da Dell'Utri. Consigliamo ai fortunati possessori di leggerlo dopo la cattura di Lo Piccolo, perché è difficile restare seri. In copertina, il faccione inutilmente sorridente del sindaco forzista di Palermo, Diego Cammarata. All'interno, un'intervista di 6 pagine al sindaco Cammarata, sobriamente corredata da 11 foto del sindaco Cammarata: il sindaco che ride, il sindaco che gioca a pallone, il sindaco che incontra il vescovo, il sindaco che pianta un chiodo col casco da operaio, il sindaco che si mette gli occhiali, il sindaco che distribuisce uova di Pasqua, il sindaco che omaggia la statua di Santa Rosalia, insomma roba forte. Seguono, tra una pubblicità e l'altra, una serie di sapide interviste con le più celebri glorie della Sicilia: l'on. avv. Giulia Bongiorno (che ripete la balla dell'assoluzione di Andreotti), l'avv. sen. Renato Schifani («
E dire che, proprio alla vigilia dell'uscita dell'inserto, il rapporto Confesercenti aveva segnalato come
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l’Unità (6 novembre 2007)
Quo vadis, Tonino?
Premesso che in Italia le commissioni parlamentari d'inchiesta sono enti inutili, anzi dannosi, non essendo mai servite a nulla, se non a produrre «verità» di maggioranza e di minoranza (cioè balle di partito), a insabbiare le colpe dei nemici e a esaltare i meriti degli amici, a confondere le idee anche a quei pochi che pensano di averle chiare, qualcuno dovrebbe difendere Di Pietro da Di Pietro. Come spesso gli accade da 15 anni, cioè da quando è sotto i riflettori, Tonino è in preda a un cupio dissolvi autodistruttivo che lo porta ad allontanare da sé i migliori che gli stanno vicino per asserragliarsi nel suo super-ego con pochi yesmen che gli danno sempre ragione, Il No alla commissione sul G-
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MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (1 novembre 2007)
Senti chi parla
A onore di Piero Ostellino va detta una cosa: che non delude mai i suoi detrattori. E dire che ieri, nel suo editoriale sul Corriere «Tante amnesie sui giudici in tv», aveva cominciato bene, ricordando come solo oggi che parlano due giudici che indagano (anche) sul centrosinistra, il centrosinistra abbia deciso che i giudici non devono parlare. È assolutamente vero: nessuno ricorda più che Giovanni Falcone andava al Costanzo Show e a Samarcanda, e Paolo Borsellino si fece intervistare da l'Unità e da Repubblica per denunciare lo smantellamento del pool di Palermo, ma anche da due giornalisti francesi di Canal Plus per parlare dei rapporti
Oggi si ripete a macchinetta che «i giudici devono tacere come Falcone e Borsellino», a dimostrazione del fatto che gli unici giudici buoni sono quelli morti. Se Luciano Violante allargasse ai giudici morti la sua intimazione a De Magistris e Forleo di «non cercare il consenso in tv» (ecco: il dissenso dovrebbero cercare), qualcuno potrebbe ricordargli che le stesse cose le dicevano i nemici di Falcone e Borsellino, accusandoli di atteggiarsi a «star» e a «professionisti dell'antimafia», nonché di usare la giustizia per «fini politici». Violante all'epoca difendeva Falcone e Borsellino. Chissà perché oggi ha cambiato idea.
Ma dicevamo di Ostellino. Dopo una buona partenza, come accade ai gregari un po' brocchi, si perde sulla prima collinetta. Che, nel suo caso, è rappresentata da Mani Pulite. Non è passato un secolo: era solo quindici anni fa. Eppure Ostellino non ricorda nulla, anzi ricorda cose mai avvenute. Sostiene che il pool Mani Pulite «andava in tv». Ma non è vero: nessun pm di Mani Pulite rilasciò interviste televisive ai tempi dell'inchiesta. Come ricordava ieri Sandro Ruotolo, ci fu una sola eccezione: la puntata de "Il rosso e il nero" di Michele Santoro del 28 aprile 1994, dedicata alla politica giudiziaria del nascente governo Berlusconi I. Erano in studio i magistrati Borrelli, Boccassini (allora applicata a Caltanissetta per le indagini sulle stragi) e Alemi, con l'ex giudice Caponnetto; i politici Tiziana Parenti, Raffaele Della Valle, Tiziana Maiolo, Cesare Previti, Francesca Scopelliti e, udite udite, Luciano Violante (per nulla imbarazzato dall'essere circondato da magistrati parlanti).
Ostellino invece racconta che il pool di Milano «era andato in tv a opporsi pubblicamente al decreto Biondi che tendeva a ridurre i termini della carcerazione preventiva», per «continuare a usare la carcerazione preventiva come la ruota medievale per strappare agli inquisiti una confessione». Poi aggiunge che «gli uomini del pool avrebbero dovuto dimettersi, invece di contestare pubblicamente il Parlamento, se ritenevano di non poterne applicare un provvedimento». Era difficile concentrare tante scempiaggini in poche righe,ma Ostellino ci è riuscito.
1) Il decreto Biondi non «tendeva a ridurre i termini della carcerazione preventiva»: la aboliva tout court, ma solo per i colletti bianchi (chi insultava un vigile poteva essere arrestato; chi lo corrompeva, non più).
2) La carcerazione preventiva - che tra l'altro non c'è più: dal 1989 si chiama custodia cautelare - non è un capriccio medievale del pool di Milano per torturare e strappare confessioni, ma una facoltà prevista dalla legge per evitare che l'indagato fugga, o inquini le prove o continui a delinquere. Il nuovo «pacchetto sicurezza» la rende addirittura obbligatoria (per i reati comuni, s'intende) e viene salutato da tutti, anche dal Corriere, come la panacea. 3) Il pool di Milano non «andò in tv»: semplicemente scrisse e lesse dinanzi alle telecamere un comunicato in cui faceva esattamente ciò che Ostellino gli rimprovera di non aver fatto: si dimetteva, cioè chiedeva a Borrelli di non occuparsi più dei reati di Tangentopoli per la palese disparità di trattamento che il decreto Biondi creava tra questi e i reati «comuni». Poi Berlusconi, su richiesta di Bossi e di Fini, ritirò il decreto e il pool restò al suo posto. Se Ostellino ha perso la memoria, potrebbe farsela rinfrescare dai tanti cronisti che la conservano. Ma in fondo chi è lui per verificare le cose che scrive? Non sarà mica un giornalista.
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MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (31 ottobre 2007)
lunedì 29 ottobre 2007
Why Not
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l’Unità (25 ottobre 2007)
domenica 28 ottobre 2007
Telesclerosi multipla
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (26 ottobre 2007)
sabato 27 ottobre 2007
Dottor Scotti, per piacere!
Il 19 novembre 2003 l'inviato di 'Striscia la notizia' Jimmy Ghione s'introdusse nel Tribunale di Roma, frugando indisturbato tra fascicoli e documenti riservati e mostrando come fosse un gioco da ragazzi portarli via senza incontrare ostacoli. Chi era all'epoca il presidente del Tribunale di Roma? Il dottor Scotti, che era lì dal 1997 e ci rimase fino al 2006 senza riuscire a migliorare granché la situazione. Tant'è che ancora nel gennaio 2007, quando Scotti era già sottosegretario in quota Pdci, l'inviato di 'Repubblica' Attilio Bolzoni ripetè la stessa esperienza di Ghione: "Ogni giorno", testimoniò Bolzoni, "ci sono fascicoli che spariscono: a volte li rubano, a volte li perdono. Un caos". "Situazione stupefacente e raccapricciante", tuonò Mastella, senza peraltro colpevolizzare né proporre per il trasferimento alcun giudice. Scotti era presidente del Tribunale anche nel gennaio 2000 quando, nei sotterranei dell'ex ufficio Istruzione in piazza Adriana, saltarono fuori 700 mila fascicoli ammuffiti: tutti processi mai fatti, perlopiù prescritti. Scotti chiese al giudice Rosario Priore di fare qualcosa e si riservò "tutte le iniziative per assicurare piena credibilità all'ufficio di cui sono responsabile".
Ora la domanda è: se a Catanzaro la scomparsa di un fascicolo e di un pc sono sintomi di "grave e inescusabile negligenza e inammissibile superficialità" e possono portare al trasferimento di un pm, qual è la sanzione se i fascicoli smarriti sono 700 mila? A parte la promozione a sottosegretario alla Giustizia, s'intende.
MARCO TRAVAGLIO
L’espresso (25 ottobre 2007)
Torta a torta
L’altroieri, a Porta a Porta, si cucinavano torte e altri dolciumi. La puntata, inaspettatamente, non riguardava Cogne, né Garlasco, né Rignano, ma il caro-vita. Insieme al fornaio e al panettiere, ne discutevano Lorena Bianchetti e altri squisiti ospiti. Ieri Bruno Vespa si è recato in Vigilanza per raccogliere gli applausi degli uomini dei partiti, che nei giorni scorsi avevano tentato di processare Michele Santoro per aver raccontato una storia vera, cioè il caso De Magistris, anzi Mastella. Solo Beppe Giulietti si é astenuto dalla simpatica cerimonia, tutta inchini e riverenze, quadriglie e minuetti tra l’insetto e i suoi «editori di riferimento», come ebbe a definirli ai tempi d’oro della Dc di Forlani e Andreotti. Come già Mastella collegato dal Columbus Day, anche il presidente Mario Landolfi - che passò un bigliettino a Gad Lerner per segnalare una sua protetta al neodirettore del Tg1 - si è molto complimentato per la proverbiale imparzialità e il leggendario pluralismo di cui è campione l’insetto. Da quando, nel 1969, annunciò dalla questura di Milano che Pietro Valpreda era il mostro di Piazza Fontana. «Se tutte le trasmissioni fossero come Porta a Porta - ha flautato Landolfi -
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MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (19 ottobre 2007)