lunedì 19 novembre 2007

Lacrime di coccodrillo (e di caimano) per Enzo Biagi


Superata da un pezzo la quarantina, uno dovrebbe smettere di meravi­gliarsi dell'ipocrisia che regola i riti pub­blici. Ma debbo confessare il giovanile impulso di prendere a schiaffi due terzi delle facce di bronzo che sono sfilate sui palchetti televisivi per celebrare Enzo Biagi maestro di libertà, dignità, giorna­lismo. Dov'erano, prima?
La verità è che agli ultimi anni di vita
di Enzo Biagi, come per Indro Montanelli, la grata nazione, l’ammirato ceto politico e soprattutto la devota schiera di colleghi più giovani hanno riservato un pestaggio quotidiano. Negli ultimi mesi, Montanelli aveva cambiato numero di telefono e can­cellato le iniziali dal citofono per sfuggire a minacce e molestie. Enzo Biagi aveva eli­minato dalla «mazzetta» dei giornali la me­tà dei quotidiani perché, ripeteva, «nella vita esistono già i grandi dolori, almeno i piccoli bisogna evitarli». Ad ogni buon con­to, mentre Enzo viveva grandi dolori, c'era chi s'incaricava volentieri di dargliene con­tìnuamente di piccoli. Mezzecalze frustra­te, ragazzi ansiosi di carriera, servi dalle molte vite ideologiche hanno continuato a scrivere sui loro giornalini che «l'avidità di Biagi» era «il principale ostacolo al suo ritorno in tv», anche quando aveva già co­municato che sarebbe tornato alla Rai con uno stipendio da redattore da versare a una parrocchia per l'assistenza ai poveri. La bellezza del ricordo umano di Bia­gi vince sempre sul resto. Ma, conoscen­dolo, a Biagi, più che essere celebrato, sa­rebbe piaciuto continuare attraverso gli altri. Fra tutti i posti ricoperti in una lun­ga carriera costellata da dimissioni forza­te, quello in Rai era il più amato. Corso Sempione era la sua vera casa, i suoi col­laboratori ai programmi, da Franco Iseppi a Loris Mazzetti, erano i suoi veri ami­ci. Perfino nei momenti più tristi, appena poteva, dava sfogo al suo orgoglio Rai, lodava i bei programmi superstiti, come Report di Milena Gabanelli e Che tempo che fa di Fazio («Mediaset non li potrebbe mai fare»). Nella stagione delle epurazioni, non si è battuto soltanto per II Fatto, ma ha sempre ricordato Santoro, Luttazzi, Guzzanti, Beha, Massimo Fini, Gianluca Nicoletti e tanti altri. Insomma, ha difeso un'idea di servizio pubblico.
Se i molti caimani che hanno esaltato
la «grande lezione di Biagi» vogliono dav­vero rendere un omaggio al grande En­zo, approvino in Parlamento una riforma della tv di Stato che liberi la Rai dalla ser­vitù ai partiti e la restituisca al servizio pubblico. Qualcosa che renda impossibi­le in futuro un altro «caso Biagi». Altri­menti, per favore, stiano zitti.
Curzio Maltese
Il Venerdì di Repubblica
(16 novembre 2007)

Cosa nascondono gli attacchi di Berlusconi a Prodi


Da qualche mese la politica italiana è dominata dall'ossessione dei mo­derati berlusconiani e di Alleanza nazio­nale di far cadere il governo Prodi.
Non c'è trasmissione televisiva o fo­glio stampato in cui non ripetano in mo­di aspri e offensivi l'invito a Romano Pro­di a lasciare libero il campo alla destra moderata, salvatrice della patria. Che co­sa c'è alla base di questa ossessione? Dav­vero i moderati rimpiangono il governo e la possibilità di perseguire con esso il bene pubblico? Certamente no. Per quan­to uomini di parte, i seguaci di Silvio Ber­lusconi e di Gianfranco Fini non posso­no ignorare che il loro governo è stato pessimo per il bene pubblico. Negli anni del governo Berlusconi sono stati inferti colpi micidiali alla giustizia e alla sua indipendenza. A questo punto, viene na­turale di dare una diversa interpretazione dell'ossessione dei moderati: non rim­piangono il buon governo, ma rimpian­gono fortemente il governo degli affari.
Gli esponenti della destra,
gli impren­ditori e gli affaristi che stanno attorno a Berlusconi hanno urgente bisogno del governo, non per fare buone leggi, ma per fare buoni affari. Chi ha nelle mani i governi ha nelle mani i mezzi per co­gliere e produrre occasioni vantaggio­se. Basti pensare a ministeri come quel­li dei Lavori pubblici o degli Interni per capire che chi ne è a capo può cogliere occasioni di guadagno enormi e in pra­tica incontrollabili.
L'unico ostacolo che si oppone a que­sto disegno della destra è la Costituzio­ne, la quale stabilisce che i vincitori del­le elezioni governino per i cinque anni del mandato regolare. Romano Prodi, che è uomo dai nervi saldi, sa di avere dalla sua il dettato costituzionale e respinge con grandissima pazienza i ten­tativi di disarcionarlo. Mai, crediamo, in uno Stato democratico questa cam­pagna di attacco al governo è stata co­sì violenta e isterica.
Non si può aprire un giornale o guar­dare la televisione, variamente influen­zata da Forza Italia e da An, senza ascol­tare dei propagandisti screditati, e noto­riamente passati per cento padroni, che lanciano bassi insulti a uomini politici co­me Prodi e Veltroni che, alla resa dei conti, si adoperano per tenere in piedi in qualche modo lo Stato democratico. Col­pisce in questo tentativo eversivo della destra una violenza sorda. E si capisce benissimo che dietro tutti gli pseudora­gionamenti politici c'è soltanto, e domi­nante, il desiderio di fare soldi con estre­ma facilità e senza rischi.

Giorgio Bocca
Il Venerdì di Repubblica
(16 novembre 2007)

Perugia, quei bravi ragazzi


Belli, giovani e benestanti. Di scolarizzazione medio alta. Nel decòr di una delle più preziose città d’arte d’Europa (cioè del mondo, visto che le città d’arte stanno quasi tutte in Europa), Perugia. Benedetti da un vita allegra e gratificante: musica, amici, libertà, studio, soldi, nessuna responsabilità, le famiglie (lontane) che, senza pesare con la loro presenza, rendono possibile la bella vita. Si può tirar tardi, si può fare sesso, si può tirare il sesso oltre i limiti del, già probabilmente consumato fino alla noia, rapporto tra «fidanzatini». Le orgette, gli scambi. Le ammucchiate. La studentessa della porta accanto non ci sta?
Meglio, capace che è anche più divertente. La metti sotto, le fai il mazzo, «niente sesso siamo inglesi» non era il titolo di una commedia? Un po’ di violenza è un eccitante mai provato. Meglio se fa la riottosa, c’è più gusto. Poi qualcosa va storto. E la studentessa della porta accanto muore.
Una specie di «caso Montesi» senza adulti di potere, orizzontale, fra principianti? È uno scenario possibile, per la morte di Meredith. Come è possibile anche l’altro, più classico, che piacerebbe ai leghisti: Patrik Lumumba, di anni 37 secondo alcune fonti, secondo altri 47, congolese e musicista, anche lui d’alto lignaggio (esistono, anche fra i neri), nonché gerente di un locale alla moda: con la sua brutta faccia schiacciata (giudico dalle fotografie) e i capelli annodati di ricci vuole fare sesso con la bella ragazza inglese. Lei non vuole. Lui, in un impeto di rabbia al testosterone, la prende a coltellate.
È una reazione, di questi tempi, sciagurata e conosciuta. Fidanzati che non vogliono essere mollati, ex mariti, innamorati respinti, stupratori a vari titolo convinti di essere ben accolti... non siamo ancora arrivati al getto di acido solforico in faccia come in Pakistan, in Nepal o in Bangladesh, ma certo l’epilogo di sangue è diventato sempre più frequente, anche nel nostro civilizzato paese. Il terzo scenario, quello che vede presunto assassino protagonista (pare che a colpire sia stata una mano maschile) un laureando in ingegneria decisamente bello, decisamente ricco (basta guardarlo) e fidanzato con una specie di Sharon Stone bambina, è una vera ghiottoneria mediatica, in quanto, per i più, sorprendente.
Possibile che, avendo tutto quel ben di Dio, si voglia altro? Possibile che si diventi anche cattivi? A guardare la fotografia dei due fidanzati, Amanda Knox (un nome da top model) e Raffaele Sollecito (un nome da romanzo sulla provincia meridionale), lei di profilo, lui di tre quarti, mentre la macchina della polizia li porta in Questura, quasi sprezzanti nel freddo sguardo assorto dei quattro occhi azzurri, c’è di che interrogarsi sulle nostre adulte fantasie di felicità, sulle nostre nostalgie.
Nessuna condizione, nessun privilegio ci mette al riparo dalla violenza, dalla sopraffazione. Non c’è spiegazione sociologica che valga per tutti. Non ci sono colpevoli collettivi, categorie di comodo che disinneschino la sensazione brutta di un degradarsi progressivo delle relazioni fra donne e uomini, fra ragazze e ragazzi. Non si può dire «i rumeni sono violenti» o «gli albanesi sono cattivi». Non si può dire: «togliamoci dai piedi i Rom». Cioè, si può, ma è inutile. Non ci libererà dal male.
Una seducente studentessa nata e cresciuta a Washington non è l’immagine che ci viene in mente quando sentiamo la parola «extracomunitario», è una straniera di qualità, di quelle coccolate dalla nostra esterofilia. Una turista dai paesi ricchi. Una che ci onora con la sua augusta presenza. Che sia, come già Erika de Nardo (la graziosa biondina sedicenne colpevole d’aver assassinato sua madre e suo fratello nel 2001), una piccola amorale che mente come respira, non ridurrà il suo appeal. Ha inanellato bugie per quattro giorni? Non importa, ci sarà sempre un sito che raccoglie per lei lettere di innamorati: perché è bella, perché è bionda, perché è giovane. Nella nostra società l’immagine è tutto. Ha preso il posto del sacro, della fatica, del sacrificio, del talento, della bontà. L’immagine, e il sangue. Quando i due ingredienti si mescolano l’attenzione si fa spasmodica. Corrono fiumi di parole, si ricostruisce, si analizza, si commenta, si chiosa. Anche se c’è ben poco da dire. Nei primi sei mesi del 2007 le donne uccise in Italia sono state 57. Quasi dieci al mese. Nei primi sei mesi del 2007, 141 donne sono state vittime di tentato omicidio, 10 383 di lesioni, 1805 di stupro o abuso sessuale. Dovremmo parlare di questo, dovremmo cercare di capire quale disordine profondo, quale terremoto inconscio, produce questo fall out di dolore, questa aggressività fra consanguinei, fra amanti, fra coniugi, fra compagni. Dovremmo cercare di capire perché, a trent’anni dalle lotte femministe che ci hanno conquistato il diritto di esistere emotivamente, di desiderare invece che essere soltanto oggetto di desiderio, ancora oggi, una ragazza, come ai tempi di Maria Goretti, successivamente ordinata santa, non può dire di no, non può opporre un rifiuto a chi vuole servirsi del suo corpo.
Che cosa ci sta succedendo?

Lidia Ravera
l’Unità
(9 novembre 2007)

Cronaca isterica


Guardando la tv in questi giorni pieni di baracche fatiscenti, volti scavati, bravi cittadini frementi di indignazione e paura, politici che tuonano dei problemi della sicurezza e forze dell'ordine particolarmente zelanti, viene da riflettere sulle evoluzioni cliniche delle varie malattie di cui è affetta l'informazione in Italia.
Un tempo si diceva che mostrare la paura era, in qualche modo, catartico, e per questo i media ne erano pieni, di racconti della paura, di crimini efferati, di mostri da sbattere in prima pagina. Poi ci si è convinti della tendenza manipolatoria media nel raccontarci la paura: per cui si è continuato con i crimini efferati e con i mostri da sbattare in prima pagina (o in diretta), ed il senso era quello di diffondere un senso generalizzato di inquietudine al fine di rendere plausibile ogni intervento di natura repressiva. Cioé: cittadini nevrotizzati da una parte, media manipolatori dall'altra.
Oggi, passando in rassegna tutta l'informazione tv, soprattutto il Tg1, il Tg2, il Tg5, i vari Matrix, Porta a Porta, Studio aperto, il Tg4, La Vita in diretta o l'Arena di Giletti, e chi più ne voglia più ne metta, vien da pensare che i media sono affetti di nevrosi esattamente come i cittadini, come se cavalcando la «sindrome Arancia meccanica» si potessero liberare di qualche oscuro fardello. Certo, il fatto che media e cittadini si alimentino gli uni con gli altri è un'altra faccia della stessa medaglia.
Si fa un gran dibattere, anche, della amplificazione della percezione del rischio ad opera dei media: si è parlato talmente tanto del sangue a Cogne, del massacro di Erba, dell'assassino di Garlasco, ora anche della studentessa inglese ammazzata a Perugia oltreché, ovviamente, della signora Reggiani uccisa e gettata in un dirupo a Tor di Quinto, che il delitto pare essere diventato di casa. La percezione del rischio c'è, ed è diventato totalizzante, forse una malattia sociale, in barba al fatto che i delitti violenti, negli ultimi dieci-quindici anni, sono nettamente calati (lo dicono autorevoli statistiche), mentre il senso di paura è cresciuto in maniera inversamente proporzionale.
Oltre alla nevrosi, il fenomeno potrebbe anche chiamarsi «strabismo mediatico». Pare che i rom siano una massa di potenziale assassini, o se non altro criminali, ed è meritevole se almeno, in questo fervore tutto rivolto alla sicurezza totale, ogni tanto qualcuno si degna di dare uno sguardo anche «dall'altra parte», ossia nelle baracche, e va a dare un'occhiata a quei volti, alle storie che ciascuno di essi ci racconta e si porta dietro, come per esempio ha fatto, e va detto, il Tg1 di Gianni Riotta. È praticamente certo che se ad essere uccisa fosse una rom, i giornali ed i tg avrebbero dedicato alla medesima storia al massimo una breve, e lo diciamo ovviamente con tutto il rispetto per la signora Reggiani, ed il dolore dei suoi cari.
Tornando alla nevrosi, i tg e i loro parenti sembrano rispondere quasi sempre emotivamente ai fatti di cronaca. Gli indiziati e sospetti sono quasi tutti colpevoli alla prima apparizione, i giornali tagliano le foto zoomando sullo sguardo enigmatico del probabile assassino, mentre la foto segnaletica diventa praticamente il logo del male assoluto. Quasi istericamente reagiscono i media, accavallando titoli su titoli, notizie su notizie, alcune infondate oppure tutte da verificare, spesso da precisare o da smentire, rinunciando a quello che dovrebbe essere la loro funzione ontologica, che è quella (come dice il loro nome stesso) di «mediare» tra la complessità di un fatto e la ricettività di lettori, ascoltatori, spettatori. Isterica è la tv, come quasi isterici sono i dibattiti, che moltiplicano tutti insieme gli stessi servizi, con gli stessi toni: prendete, in queste sere, Matrix, Porta a Porta, Exit su La7, Primo piano, tutti in sincrono perfetto inchiodate sui romeni e sulla sicurezza, un po' come qualche settimana fa capitava con Garlasco. Certamente isterica appare buona parte della classe politica, che per qualche motivo ha deciso di farsi dettare l'agenda dalla televisione e si precipita a rilasciare con grande cipiglio una qualche dichiarazione «format-style» alle telecamere dei tg o ai suddetti dibattiti, che già di per sé sembrano tutti quanti un bandolo di nervi scoperti.
Strabismo, dicevamo. Che sta anche nell'indicare in certe tremende emergenze - che certamente ci sono, ci mancherebbe - l'allarme assoluto, il disastro dietro l'angolo della porta, proprio come fossimo in un remake di Independence day o qualche altro polpettone catastrofico venuto da Hollywood, ma nel dimenticarsi di altre. Ci sono infinitamente più morti sulle strade italiane, ed infinitamente più morti sul lavoro, ed infinitamente più morti per alcol che non gente uccisa da criminali di passaggio. Ma l'allarme sociale non c'è, e le televisioni ed i giornali sonnecchiano: forse per il troppo stress da cronaca nera? Chissà.

Roberto Brunelli
l’Unità
(5 novembre 2007)

Ma il Governo non va delegittimato

LA LETTERA

BARBARA SPINELLI

Caro direttore,
ti scrivo perché la linea editoriale che esprimi non mi trova del tutto consenziente. Non è questione di convinzioni diverse, né di diversa collocazione politica.
Che in un giornale libero si esprimano opinioni anche contrastanti mi pare non solo normale, ma arricchente. Quel che sento davanti al tuo articolo, e a tanti che somigliano al tuo nei giornali indipendenti, non è dissenso, ma un disagio molto profondo. Ho l’impressione di assistere a una sorta di disfacimento della democrazia rappresentativa, e di perdita di senso del voto espresso alle urne dagli elettori. Dalla primavera dell’anno scorso l’Italia ha un governo, scelto dagli italiani per la durata di cinque anni, che è stato messo in questione quasi fin dal primo giorno: non dagli elettori tuttavia, ma da un capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi, che il giudizio delle urne non l’ha mai accettato e che ogni sera da diciotto mesi annuncia a televisioni e giornali la fine di Prodi: prima negando i risultati, poi denunciando brogli, poi intimidendo i senatori a vita, poi appellandosi al cattivo umore della gente, in dispregio costante dei dettami costituzionali. Una strategia di delegittimazione del tutto anomala, ma che molto rapidamente è stata banalizzata e fatta propria da tutti coloro che fanno opinione, essenzialmente giornali e televisioni pubbliche oltre che private.
Adesso questo governo ha circa un anno e mezzo ed è giudicato spacciato, finito, senza che io come elettore abbia in alcun modo concorso a questo sviluppo. In un certo senso mi sento defraudata del mio voto: organismi intermedi si sono insediati tra l’elettore e la rappresentanza da esso scelta, e sono questi organismi che hanno deciso e decidono tutto: i giornali appunto e questa o quella corporazione sindacale, questa o quella lobby, questo o quel personaggio della maggioranza, ansioso di cambiar casacca per ottenere posti che non ha avuto nel presente governo. Sono questi organi intermedi che stanno decretando che questo governo è caduto (che è «una carcassa che si trascina», scrivi con linguaggio che, ti confesso, mi ha scosso per la violenza che contiene). Sono questi organi che per la seconda volta nella storia recente - e in modo ancor più inquietante che nel 1998 - accettano che il crimine contro il ministero Prodi venga compiuto. E lo decretano prima che il tempo costituzionalmente assegnato al governo sia concluso. Prima che gli italiani siano chiamati a votare, allo scadere normale della legislatura. Non sono defraudata solo del voto. Mi vien tolta anche la sacralità del tempo conferito col mandato, così preziosa nelle democrazie: la certezza che il tempo che ho dato al governo eleggendolo non sarà interrotto da forze interessate e sondaggi senza rapporto con le urne.
Tu scrivi che il centro-sinistra deve andare a casa perché mai c’è stato in Italia governo impopolare come questo. Anche qui provo vero disagio, non fosse altro perché non manca giorno in cui i riformisti chiedono ai governanti di «rischiare l’impopolarità». I governi non vanno a casa perché a un certo punto (dopo una settimana o un mese o un anno) si constata che non si vendono troppo bene: nella democrazia rappresentativa un governo non è un sapone, né un’automobile, e neppure un giornale che conquista o non conquista lettori. È qualcosa di radicalmente diverso, costruitosi lungo i secoli, reso sempre più complesso da una storia lunga. Il disagio cresce se penso ai Paesi europei che mi è capitato di conoscere negli ultimi decenni: tutti hanno prima o poi traversato periodi anche assai lunghi di impopolarità (è stato così per i governi Schmidt, Kohl, Schröder; per i primi ministri e Presidenti francesi; per i premier inglesi a cominciare dal governo Thatcher) e mai ho visto all’opera il tumulto che esiste da noi: il gusto apocalittico che si espande, l’inestinguibile sete di andare alle urne prima del tempo, trascinati da sondaggi e da opinioni che prevalgono nei salotti. Mai ho visto un così vasto schieramento di forze distruttive, che quasi hanno timore di costruire e pazientare. Forze che prese una per una sembrano aver dimenticato il proprio mestiere, oltrepassandolo sempre. Che confondono, in maniera inaudita, il criticare anche severo con l’esigere, perentorio, che il governo cada al più presto. Neppure George W. Bush, eletto grazie a una decisione indecorosa della Corte Suprema che ha escluso il vero vincitore delle presidenziali, nel 2000, ha avuto davanti a sé una sì intensa volontà demolitrice. Mai ho visto tanta gente uniformemente invocare la fine d’una legislatura, e volontariamente servire il disegno di chi parla di democrazia ma non ne rispetta la regolamentazione. Tra la strategia di riconquista apprestata da Berlusconi fin dal 10 aprile 2006 e quel che mi dicono oggi giornali e tv non riesco, per quanto ci provi, a scorgere più differenza alcuna.
Il fatto è che queste forze distruttive si comportano come se non sapessero la storia che stanno facendo, e cosa precisamente vanno disfacendo. Hanno anzi l’impressione di essere indipendenti, libere come non lo sono state in passato.
Non mi paiono libere. Tranne alcune eccezioni, ancor più luminose perché rare e solitarie, quasi tutti son sedotti da questo desiderio di dissoluzione, che allarga i cuori e trasforma ogni commentatore critico in governatore dell’universo, oltre che dell’Italia. Commentatori che constatano un disastro che essi stessi, giorno dopo giorno, hanno contribuito a creare. Non è l’idea che mi faccio né della democrazia, né della vocazione di testimone e pensatore affidata alla figura del giornalista.
Un caro saluto.
Cara Barbara, pubblico con piacere la tua lettera, convinto come te dell’opportunità che «in un giornale libero si esprimano opinioni anche contrastanti», senza entrare nel merito della tua risposta e dell’interpretazione che tu hai dato del mio fondo pubblicato giovedì 25 ottobre. Un caro saluto. [G.A.]
La Stampa (30 ottobre 2007)

LE CONDIZIONI DEL VOTO

L'ultimo atto del faticoso premierato di Romano Prodi, la guerricciola tra Di Pietro e Mastella, non si discosta troppo da quelli che l'hanno preceduto: uno strappo rappezzato in extremis grazie alla tenacia che tutti riconoscono al presidente del Consiglio, ma accompagnato da nuove rotture tra i ministri (questa volta sul fronte della sicurezza) e da più allarmanti vaticini di crisi da parte di coloro che finora erano stati alleati affidabili. Giorno dopo giorno, ingarbugliato da esasperati tatticismi che - come nel caso del protocollo sul Welfare - hanno finito con lo scontentare un po’ tutti, e indebolito da allarmi angosciati sul mercato dei senatori e da minacce di crisi pronunciate da politici che non hanno intenzione di provocarla davvero, il filo del governo si è fatto assai corto. Ormai da mesi il ministero trascina la sua carcassa all’insegna dell’emergenza e della precarietà, costretto a tradurre in un conflitto ininterrotto il fallimento della coalizione che lo sostiene. L’impopolarità senza precedenti di Prodi è la personificazione di questo problema politico che ingloba e avviluppa Palazzo Chigi, sommando la delusione e la sfiducia dell’elettorato di centro-sinistra, un elemento sociale e psicologico che sarà difficile recuperare, e la rabbia di gran parte dell’elettorato di destra. Il giudizio prescinde perfino da un esame bilanciato tra alcuni errori clamorosi, come l’indulto, e alcuni risultati che vanno riconosciuti ai ministri sul terreno dei conti pubblici e delle liberalizzazioni. Il mondo della politica e la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica (non soltanto quella parte che fa comunque professione di antipolitica) ne sono ormai certi: questo governo ha fallito.
Il cavalier Berlusconi, col suo ininterrotto preannuncio di fine, aggiunge solo un che di grottesco. Come ai tempi degli ultimi esecutivi della Prima Repubblica, la residua energia vitale del ministero è rivolta al tirare a campare, senza nemmeno domandarsi per che. Arroccati nella presuntuosa convinzione che gli elettori del centro-sinistra e parte di quelli del centro-destra non vogliano correre il rischio di una nuova stagione berlusconiana, gli inquilini dei vari palazzi romani cercano di intercettare gli umori popolari in tema di tasse, sicurezza, costi della politica annunciando soluzioni impraticabili, misure feroci su zingari e lavavetri, riduzioni delle spese degli altri in un crollo verticale di consapevolezza e credibilità: non era mai accaduto che un ministro della Giustizia inquisito arrivasse a sottrarre al magistrato l’inchiesta che lo riguarda e che, per l’indispensabilità dei suoi voti all’esigua maggioranza, venisse blandito dal presidente del Consiglio. La lunga catena di insabbiamenti, dei quali è ricca la storia repubblicana, in questi giorni è arrivata allo zenit. È difficile, quindi, oggi trovare motivi per allungare la vita del governo. Ed è legittimo sospettare che certi inviti a soluzioni tecniche e istituzionali celino la tentazione di prendere tempo. Ma l’appello: al voto, al voto!, che risuona nelle piazze e nei talk-show televisivi pronunciato con maggiore o minor convinzione da esponenti della maggioranza e dell’opposizione, rischia di produrre un appuntamento destinato a funzionare semplicemente da valvola di sfogo per la delusione Prodi. Così come un anno e mezzo fa espresse l’irritazione dell’elettorato per la delusione Berlusconi. C’è una significativa simmetria, naturalmente respinta dagli interessati, tra le critiche rivolte al governo di centro-destra e gli addebiti riferiti al centro-sinistra, soprattutto dagli economisti e dai politologi di parte liberale: tutti si riconducono alla difficile governabilità del Paese. Andare a votare con l’attuale legge elettorale significherebbe, stando ai sondaggi, trovarsi di fronte alla vittoria di un centro-destra bloccato, dotato di una maggioranza al Senato (salvo un’improbabile vittoria nelle regioni “rosse”) forse un po’ più ampia ma non troppo dissimile da quella odierna dell’Unione. Un centro-destra, cioè, alle prese con le stesse difficoltà politiche che gli hanno impedito di trasformare il Paese durante la scorsa legislatura, aperta dalla trionfale vittoria del 2001. Non a caso il Presidente della Repubblica, preoccupato dalla concretezza di questo scenario, ha detto e scritto ripetutamente, ieri per l’ennesima volta, che non si può andare alle urne senza una riforma delle norme attuali. Per darsi regole nuove, nell’interesse di tutti, basterebbero pochi mesi. Ma non è il caso di illudersi: una politica rinserrata in se stessa e capace di seguire una sola bandiera, quella del continuismo, ha già superato i fantasmi evocati dai dibattiti sulla “casta” e dalle urla di Grillo e ha ridotto il suo senso di responsabilità circa gli interessi dell’Italia all’esigenza di approvare la Finanziaria per evitare l’esercizio provvisorio, con le prevedibili nefaste conseguenze sul debito pubblico e sull’economia. Già nel centro-sinistra si delineano piani che prevedono la sconfitta elettorale come un male minore per il futuro del Pd e prefigurano il Cavaliere, giusta nemesi, intento a fare i conti con la sua legge “porcata”. Insomma, la consueta altalena. Che in queste condizioni, però, rappresenta soltanto una via di fuga. Utile probabilmente a qualcuno, ma non certo al Paese.

Giulio Anselmi
La Stampa (25 ottobre 2007)

Segreteria bocciata in Economia

Peccato, perché pare l’unico ministro, anzi vice, capace di far pagare un po’ di tasse agli evasori. Ma Vincenzo Visco ha il brutto vizio, decisamente incompatibile col suo status, di non rispondere ai giornalisti scomodi. Cioè ai giornalisti veri. È accaduto già due volte in pochi mesi con Ferruccio Sansa e Marco Menduni del “Secolo XIX”, autori di due eccellenti inchieste che lo riguardano. La prima (se n’è occupato anche il nostro Marco Lillo) a proposito del “tesoretto” da 100 miliardi di euro che lo Stato non ha mai riscosso dai concessionari, spesso malavitosi, di videopoker e altre slot-machines. La seconda, recentissima, svela gli imbarazzantì appalti concessi da due enti controllati dal ministero dell’Economia a una società, la Gpsc srl, di cui fino a qualche mese fa era azionista Giovanni Sernicola, capo della segreteria dello stesso viceministro dell’Economia. Fra gli attuali soci figurano l’ex vice-capogabinetto di Visco, Fortunato Cocco, e il cugino di Sernicola, Filippo Bucarelli. Interessante anche la sede della Gpsc: lo stesso stabile in viale Angelico 163 a Roma, quartiere Prati, che ospita gli uffici della Nens (Nuova economia nuova società), l’associazione privata fondata da Visco e dal collega Pierluigi Bersani, e presieduta fino a pochi mesi fa da Sernicola. Di chi sono gli uffici? Della famiglia dell’architetto Elisabetta Spitz, direttrice del Demanio dello Stato nominata dallo stesso Visco, nonché moglie (ora separata) di Marco Follini, l’ex leader dell’Udc da poco passato all’Unione. E chi rimpinza la Gpsc di appalti pubblici per milioni di euro? Il Demanio e la Sogei, entrambi controllati dal ministero di Visco. La Sogei, fra l’altro, è la società che doveva controllare sui suoi terminali le giocate delle slot machines, ma non lo faceva perché le macchinette non erano collegate, così i gestori ingrassavano in barba al fisco. Nessun reato, ci mancherebbe. Ma, come osserva Gherardo Colombo, «in Italia pare che le uniche responsabilità siano quelle penali»». E quelle morali, deontologiche e politiche? E i conflitti d’interessi? Sia gentile, viceministro Visco. Anziché respingere i cronisti che si occupano di lei con la frase arrogante «con voi non parlo», si rassegni: un ministro, anche se vice, risponde proprio ai cronisti che si occupano di lui. Meglio chiarire presto quegli strani appalti e spiegare quel tesoretto non incassato. Nel resto d’Europa, i ministri si dimettono per molto meno, persino per aver raccomandato la colf per il permesso di soggiorno. Figurarsi i vice.
SIGNORNÒ
MARCO TRAVAGLIO
L’espresso
(22 novembre 2007)

Falso non fare, paura non avere


Finalmente una buona notizia; il governo Prodi ripristina il falso in bilancio com’era prima di Berlusconi, autore della controriforma del 2002 che di fatto cancellava per legge il reato di cui lui stesso era imputato. E che, come scrisse la bibbia del capitalismo mondiale, “The Economist”, «farebbe vergognare anche una repubblica delle banane». Per i reati futuri non leggeremo più sentenze di assoluzione con l’imbarazzante formula «il fatto non è più previsto dalla legge come reato». Tutti i veri liberali, sempre pronti a tirar fuori dal taschino il “modello americano”, dovrebbero esultare. O magari chiedere - come fa Giacomo Lunghini sul “Sole 24 ore” - che la nuova legge venga ritoccata per farvi rientrare le sanzioni previste dalla 231/2001 sulla responsabilità penale delle società (pare che il testo del governo se la sia scordata). Invece il cosiddetto “liberal” Franco Debenedetti, ex senatore Ds, mette il lutto. E straparla sul “Corriere della sera” di «riforma giacobina» perché «l’aumento delle pene consente l’uso di intercettazioni e di altri strumenti della demagogia penale». Ma le intercettazioni non sono giacobine (ai tempi della Rivoluzione francese non c’erano telefoni né microspie): sono un prezioso mezzo investigativo per scoprire i reati, soprattutto quelli invisibili che si consumano nelle segrete stanze. Tant’è che negli Usa, non nella Francia di Robespierre, anche la Sec (la versione seria della nostra Consob) può disporre intercettazioni per smascherare i reati finanziari. Che senso ha prevedere un fatto come reato, se poi non si forniscono ai controllori gli strumenti per scoprirlo? Debenedetti lamenta poi la scomparsa delle «soglie minime al di sotto delle quali la punibilità era esclusa». Rimpiange la norma più tragicomica della legge berlusconiana, che consentiva il falso in bilancio in “modica quantità” (come per la droga, per uso personale): fino al 5 per cento del risultato d’esercizio, fino al 10 delle valutazioni e fino all’1 per cento del patrimonio netto. Una franchigia enorme, che permetterebbe all’Eni di stornare ogni anno fondi neri fino a 190 milioni di euro, alla Pirelli fino a 140, all’Eni fino a 400, alla Fiat fino a 80 e alla Fininvest fino a 40. Quanto basta, volendo, per mantenere a suon di mazzette la classe politica di tutta Europa. L’ex senatore teme pure «l’ingolfamento degli uffici giudiziari». Ma, se pensa che l’aggravio sarà così enorme da sovraccaricare i tribunali già oberati da 3 milioni di nuovi processi all’anno, vuol dire che ha notizia che migliaia di aziende hanno i bilanci falsi; il che basta e avanza a giustificare la riforma Prodi come sacrosanta. Se poi gl’imprenditori temono le manette, le intercettazioni e l’ingolfamento dei tribunali, hanno un sistema semplicissimo per scongiurare i rischi: non truccare i bilanci.
SIGNORNÒ
MARCO TRAVAGLIO
L’espresso
(15 novembre 2007)

Arnoldo Previti Editore


Fervono a Milano i festeggiamenti per il centesimo compleanno dell'Arnoldo Mondadori Editore. Tra un convegno, una mostra e un vernissage, il centro di Milano (Scala, Galleria, Palazzo Reale) è stato per l'occasione privatizzato e trasformato dalla giunta Moratti in un gigantesco set per celebrare degnamente l'anniversario. Un libro, Album Mondadori 1907-2007, ricostruisce il primo secolo di vita del glorioso marchio. Purtroppo nell'indice dei nomi ne mancano due fondamentali: Metta Vittorio e Previti Cesare. Il primo è il giudice della Corte d'appello di Roma che il 24 gennaio 1991 annullò il lodo Mondadori e consegnò la casa editrice a Berlusconi, sottraendola al legittimo proprietario De Benedetti. Il secondo è l'avvocato occulto di Berlusconi che, insieme ai colleghi Pacifico e Acampora, fece recapitare a Metta almeno 400 milioni di lire in contanti, messi gentilmente a disposizione della Fininvest. Una storia così torbida e avvincente meriterebbe un Giallo Mondadori tutto per sé, o almeno un capitolo dell'Album encomiastico. Invece niente. Silenzio assoluto. Fra i rulli di tamburo e gli squilli di trombone delle celebrazioni, nessuno ricorda che da 16 anni Berlusconi possiede un gruppo editoriale, il primo d'Italia, che non gli appartiene. E come si chiama, dizionario alla mano, chi possiede una cosa che non gli appartiene? Ladro, se l'ha rubata lui. Ricettatore, se l'ha rubata un altro per lui. Per carità, parlare di furti o di ricettazioni avrebbe rovinato la festa. Ma qualcuno, almeno fra le righe, avrebbe potuto scriverlo che la prima casa editrice italiana fu sottratta 16 anni fa al legittimo proprietario dall'attuale capo dell'opposizione, che fra l'altro non l'ha ancora restituita. Non c'è nemmeno bisogno dei verbi al condizionale o dell'aggettivo «presunto», per raccontare questa storia: la sentenza di condanna di Previti, Metta & C. è definitiva da qualche mese, proprio come la prescrizione di Berlusconi. Per dire: forse Salman Rushdie e David Grossman, anch'essi l'altra sera alla Scala, non hanno mai saputo che i loro libri in Italia vengono pubblicati da un abusivo, che comprava giudici e sentenze. Sarebbe il caso di farglielo sapere. Ma non c'è pericolo: anche questa volta lasceranno l'Italia senza sospettare nulla. Leggendo i giornali di ieri han trovato molti particolari sull'abbigliamento di Marina Berlusconi, sulla pettinatura di Piersilvio, sulla lacca della Moratti (pare che il buco dell'ozono, che si stava restringendo, abbia ricominciato ad allargarsi), sulla leggendaria simpatia di Vespa e Confalonieri, ma nemmeno una parola sulla sentenza della Cassazione che ha definitivamente sancito l'illiceità del passaggio della sentenza che annullò il lodo Mondadori e sconvolse gli equilibri editoriali (e anche politici) dell'Italia. Visto che alla cerimonia ha preso parte l'Ingegnere (che nella causa civile da lui intentata ai berluscones attende la restituzione del maltolto, quantificato in un milione di euro), sarebbe stato facile ricordare, in due righe, com'è finita la faccenda. Invece niente, nemmeno una parola. Esemplare la paraculaggine della Stampa, che nella didascalia sotto la foto dell'Ingegnere scrive: "Lo sconfitto: De Benedetti battuto nel 1991 nella guerra per il possesso della casa editrice". Ecco, secondo La Stampa le sentenze comprate si chiamano "guerre", tant'è che Marina auspica la pace. Uno deruba un altro, poi i giornali scrivono che i due erano in guerra, ma ora faranno la pace. Strepitoso. Più pudicamente, il Corriere evita di ricordare chi controlli oggi la Mondadori e come se la sia procurata. Sul Giornale della ditta, Mario Giordano Bruno Guerri infrange il muro della decenza, e scrive testuale: «La fine del 1984 era il periodo della grande crisi della casa editrice, messa in pericolo dall'investimento televisivo e dall'assalto di De Benedetti». Ecco: il pericolo era De Benedetti che comprò il gruppo, non Previti che comprò i giudici. E tutti vissero felici e contenti.
Ps. L'unico a ricordare la storia più recente della Mondadori è stato Piero Ricca, che ha tentato di volantinare stralci della sentenza in piazza Scala. Ma la Questura ha pensato bene di farlo prelevare con la forza e rinchiudere in commissariato per tutta la durata della cerimonia. Sarebbe interessante sapere dal questore e dal Viminale quale reato commetta un cittadino incensurato distribuendo sentenze della Cassazione e se Milano sia ancora una città libera o sia stata invece annessa a Milano-2. Attendiamo fiduciosi risposte.
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(15 novembre 2007)

Bello, onesto, emigrato in Australia...


Il più bel libro mai scritto su Bellachioma (a proposito: è ora di rinfoltire un po') è la biografia non autorizzata di Giuseppe Fiori. Ha un solo difetto: s'intitola «II grande venditore», mentre tutti sanno che il Cavaliere è, sì, bravo a vendere, ma molto più a comprare. O meglio, lo era. Ora la notizia che il senatore Nino Randazzo - 75 anni, originario di Salina, emigrato tanto tempo fa in Australia, già direttore del quotidiano Il Globo, da cui s'è dimesso l'anno scorso per evitare il conflitto d'interessi quando è stato eletto con la Margherita nel collegio Asia-Africa-Oceania-Anttartide - ha respinto le sue avances, rischia di rovinargli la piazza. Anzitutto perché un giornalista italiano, per quanto emigrato, che non si fa comprare da Berlusconi è una rarità: in Italia ci sono giornalisti che si vendono ancor prima che qualcuno li compri (pagherebbero per vendersi, come diceva Victor Hugo). E poi perché le offerte del Cavaliere, di solito, non si possono rifiutare. Infine perché le motivazioni del «no» di questo galantuomo d'altri tempi, dopo la «colazione di lavoro» a Palazzo Grazioli, devono avere sconvolto il nostro ometto di Stato, abituato a misurare tutto in moneta sonante: «Gentilissimo presidente - gli ha scritto Randazzo - nel ringraziarla per la squisita ospitalità, le ribadisco la mia ferma convinzione a non venir meno all'impegno preso con la base popolare che mi ha eletto». Ah, i bei tempi in cui nessuno resisteva alle profferte berlusconiche. Arrivava in cantiere la Guardia di Finanza? Lui prendeva il capopattuglia Massimo Berruti, gli raccontava un sacco di balle, quello se le beveva e poi andava a lavorare alla Fininvest. I finanzieri tornavano in Fininvest anni dopo? L'apposito manager Sciascia allungava loro una bella mazzetta da 100 milioni, così a quelli si appannava la vista e giravano i tacchi. I giudici scoprivano la tresca? L'apposito fratello Paolo correva in Procura a confessare (ai giudici bastava guardarlo in faccia per capire che non aveva fatto nulla: non apposta, almeno). I pretori sequestravano gl'impianti delle tv Fininvest fuorilegge? L'amico Bettino rientrava precipitosamente da una visita di Stato a Londra e faceva un decreto su misura. Qualcuno proponeva una vera legge antitrust? Bettino ne imponeva una finta, spalleggiato da Forlani e Andreotti, poi riceveva in Svizzera 23 miliarducci dall'amico Silvio. E come dimenticare i bei tempi in cui l'Alitalia spostava le rotte aeree da Segrate ancora deserta, dirottandole su un centro già abitato, per non disturbare la futura Milano 2 che ancora non esisteva? Per non parlare di quando il giudice Vittorio Metta prese la Mondadori dalle tasche di De Benedetti e la trasferì in quelle di Berlusconi, mentre gli avvocati della Fininvest - Previti, Pacifico e Acampora - si sdebitavano col giudice a botte di 400 milioncini: gli scrivevano persino la sentenza, perché non dovesse faticare troppo. Quando poi lasciò la magistratura, l'ex giudice trovò un lavoro ben pagato nello studio Previti, per sé e per la figliola Sabrina. Ah, i bei tempi in cui Dell'Utri pretendeva 700 milioni in nero da un imprenditore, quello non pagava nemmeno sentendogli dire «abbiamo uomini e mezzi per farle cambiare idea», poi gli capitò in casa il capomafia di Trapani, Vincenzo Virga, per convincerlo. Ora non è più così. Ora il già irresistibile Silvio, a 71 anni, comincia a trovare pane per i suoi denti, il grande seduttore non seduce più, il grande comunicatore non comunica più, il grande compratore non trova più nessuno da comprare, forse perché quelli comprabili li ha già comprati. E non c'è più nemmeno uno stalliere da mandare in giro a persuadere i riottosi. Magari il governo cadrà lo stesso, perché la maggioranza è un'armata Brancaleone: ma Bellachioma non potrà rivendicarne il merito, perché la poderosa campagna acquisti, che per mesi ha alimentato le leggende dei Minzolini e degli altri retroscenisti di corte che giuravano sui 5 anzi 10 anzi 15 senatori ingaggiati dal loro idolo, è miseramente fallita. Vien da sorridere, semmai, per l'inesauribile masochismo dei centrosinistri, che continuano a offrirgli il dialogo mentre lui tenta di comprargli i senatori; che seguitano immarcescibili ad assecondarlo sulla ridicola norma «antiribaltone» mentre lui prepara il ribaltone. E lo fanno pure gratis.
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(14 novembre 2007)

Ma mi Facci il piacere

L’altroieri, nell'AnnoZero dedicato a Enzo Biagi e dunque alla censura, la Rai del centrosinistra ha pensato bene di censurare Filippo Facci, giornalista della Fininvest e del Giornale, reo di aver definito la Rai «una cloaca», dunque querelato e tenuto fuori della porta. Quando queste cose le faceva la Rai del centrodestra, un giorno sì e l'altro pure, gli house organ berlusconiani scrivevano che la colpa della censura non era dei censori, ma dei censurati che se l'andavano a cercare per poi fare i martiri. Tra i più convinti assertori della singolare tesi c'era proprio Facci, che all'epoca si guardava bene dal definire «cloaca» la Rai. Ora sarebbe facile ritorcergli contro il suo sragiona­mento: Santoro ti invita il martedì per il giovedì, e tu il mercoledì scrivi che la Rai è una cloaca (e sul giornale di Berlusconi, sai che eroismo), dunque l'hai fatto apposta per farti cacciare e tirartela da martire. Ma, non essendo io Facci e non volendo diventarlo, non lo scrivo e non lo penso. Penso invece che Facci abbia il diritto di scrivere tutte le fesserie che vuole e chi si ritiene diffamato abbia il diritto di querelarlo. In attesa del giudizio dei giudici, che di solito arriva dopo 10 d'anni, Facci non può restar fuori dal «servizio pubblico», proprio perché è pubblico, cioè di tutti. Anche di Facci e dei suoi lettori. Dire: «Ti ho querelato, quindi non entri» è un abuso illiberale. Come se le Poste non consegnassero più le lettere a chi è in causa con loro. Ma alla Rai è ancora più grave, perché dirigenti e amministratori sono scelti dai partiti. Dunque gli emissari dei partiti hanno in mano un'arma formidabile per tagliare fuori (com'è avvenuto nel quinquennio del regime berlusconiano) chi è sgradito ai partiti: basta una querela, fondata o infondata che sia. Che un'azienda non apprezzi di essere definita "cloaca", è comprensibile (Mediaset querela per molto meno: basta ricordare i processi per i fondi neri o le sentenze della Consulta che le intimano di rinunciare a una rete, per essere subissati di cause milionarie in euro). Che la Rai abbia querelato Facci, nel paese dove tutti denunciano tutti, è quasi normale. Facci aveva più volte insultato anche Biagi («Non giornalista per tutte le stagioni»), che l'aveva denunciato ottenendo dal tribunale un risarcimento di 10 mila euro dal Giornale. Fatti privati, faccende che riguardano gli interessati e i rispettivi avvocati. Qui invece c'entriamo tutti noi. Anche perché, a sollecitare la querela Rai contro Facci, erano stati alcuni parlamentari del centrosinistra, fra cui la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro e il suo vice Nicola Latorre. Dunque la consecutio è la seguente: il maggior partito di governo chiede alla Rai di denunciare un giornalista, la Rai esegue, e da quel momento il giornalista non mette più piede in Rai. È triste che nemmeno tre giornalisti seri e perbene come Rizzo Nervo, Curzi e Rognoni, che siedono nel Cda Rai, abbiano colto la pericolosità di un simile cortocircuito. Ma è ancor più triste che non abbiano capito quanto stupida fosse questa censura. Tanto più in un programma dedicato alla censura. Tanto più dopo le mille filippiche contro Santoro & C. che «non vogliono il contraddittorio». Facci, ancora l'altro giorno, aveva scritto sul Giornale una pagina di puro astrattismo sul caso Berlusconi-Biagi, sostenendo in pratica che il vecchio Enzo, nel 2002, si era cacciato da solo per intascare una congrua liquidazione, il diktat bulgaro non c'entrava, anzi non c'è mai stato: infatti Facci lo chiama «il cosiddetto editto». Quale occasione migliore di Annozero per mettere a confronto la falsa vulgata berlusconian-facciana con quella di Loris Mazzetti che visse quella terribile esperienza accanto a Enzo, e per discutere di censura con Sabina Guzzanti, epurata dai postumi del «cosiddetto editto» e mai reintegrata; con Lilli Gruber, testimone di quella stagione; e con Enrico Mentana, che nel 2002 minimizzò i prevedibili effetti del «cosiddetto editto»? Anziché censurare Facci (per giunta su proposta dell'Udc Staderini), la Rai sarebbe stata molto più intelligente ed efficace emanando un comunicato semplice semplice: «Facci ha definito quest'azienda "una cloaca", dunque l'abbiamo querelato. Ma, diversamente dalla Rai che piaceva tanto a lui, questo è un servizio pubblico, dunque lo invita lo stesso. Pur sapendo benissimo che, ospitandolo, rischia davvero di apparire una cloaca».
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(10 novembre 2007)

domenica 11 novembre 2007

L'estremo oltraggio

Caro Enzo, non vorrei disturbare il tuo secondo gior­no di Paradiso, anche perché ti immagino lì af­facciato sulla nuvoletta in compagnia delle tue adorate Lucia e Anna e dei tuoi amici Montanelli e Afeltra.
Ma, se vuoi farti qualche sana risata, dai un'oc­chiata a quel che sta accadendo in Italia intor­no alla tua bara, perché ne vale la pena. Berlu­sconi è fuori concorso: ieri ha ringraziato l'Uni­tà per aver riportato il testo dell'editto bulgaro in cui ti dava del «criminoso» e ordinava ai suoi servi furbi di cacciarti dalla Rai. «L'Unità - ha detto - finalmente mi ha reso giustizia». Dal che puoi dedurre quale sia il suo concetto di giustizia. Poi ha rivelato che l'editto bulga­ro non c'è mai stato.
Ma, a parte il Cavaliere che ormai appartiene all'astrattismo, o al futurismo, ci sono tanti colleghi che, appena saputo della tua morte, han ritrovato la favella sul tuo conto, dopo un lungo silenzio durato sei anni, e han cominciato a parlare a tuo nome.

Marcello Sorgi - chi non muore si rivede - ha scritto sulla Stampa che «il maggior dolore di Biagi, nel 2002, all'epoca dell'editto» bulgaro, non fu l'editto bulgaro medesimo, ma «il ritrovarsi nel calderone berlusconiano dei reietti insieme con Santoro, Freccero, comici come Luttazzi e la Guzzanti e così via». Gentaglia, insomma. Non ricorda, il poveruomo, che tu eri orgoglioso di quella compagnia, come hai ripetuto mille volte nei tuoi ultimi libri e nelle tue dichiarazioni, al punto di farti intervistare per due ore da Sabina per il film «Viva Zapatero» e di intervistare Luttazzi all'inizio della tua ultima avventura televisiva. Poi ci sono Feltri e Cervi, che approfittano della tua dipartita per dire che in fondo, tra te e il Cavaliere, è finita pari e patta. «Biagi l'ha fatta pagare ai suoi detrattori e loro l'hanno fatta pagare a lui», anzi «Biagi e Berlusconi si somigliano». Cervi, sul Giornale che ti ha insultato per sei anni di fila raccontando che te n'eri andato volontariamente dalla Rai per intascare una congrua liquidazione, riconosce spericolatamente che «Berlusconi ha sbagliato», ma pure «Biagi aveva ecceduto»: uno a uno, palla al centro. Anche il nostro amico Michele Brambilla, purtroppo, scambia le cause con gli effetti, non distingue il lupo dall'agnello e domanda a chi osa rammentare chi e come ti ha rovinato gli ultimi sei anni di vita: «Ma perché tutto questo rancore?». Parla addirittura di «uso politico della morte», come se non fosse proprio chi ti ha voluto e fatto tanto male a usare la tua morte per minimizzare l'accaduto o addirittura negarlo o comunque raccontarlo a modo suo, profittando del fatto che non puoi più smentire certe frottole. Brambilla cita una frase di Paolo Mieli: «Non credo che Enzo avrebbe voluto essere ricordato per quell'episodio». Strano: ci avevi dedicato gli ultimi tre libri (l'ultimo, scritto con Loris Mazzetti, s'intitola «Quello che non si doveva dire») e ne parlavi sempre come della peggiore violenza che tu avessi mai subito nella tua vita, peggio di quella della Dc che ti silurò dal tg Rai nei primi anni 60 e di quella di «Artiglio» Monti che ti cacciò dal Resto del Carlino.
Così il diktat bulgaro viene ridotto a incidente di percorso, a sfogo momentaneo, peraltro giustificato dalle tue «esagerazioni» (avevi financo intervistato Montanelli e Benigni). E nessuno ricorda che ancora un anno fa l'amico Silvio, quello che ti stimava tanto, non contento di averti fatto licenziare dalla Rai, chiese di farti fuori anche dal Corriere: «È una vergogna che un giornale come il Corriere della Sera ospiti i rancori di un vecchio rancoroso che ce l'ha con me» (Ansa, 21 maggio 2006).
Per fortuna è rimasto in vita qualche tuo vecchio amico di buona memoria, come Sergio Zavoli, che ha ricordato come la tua «prova più ardua e iniqua» sia stata proprio l'editto bulgaro. Ma è uno dei pochi. Era già accaduto al vecchio Indro, anche lui come te troppo generoso per aggiungere al testamento la lista delle persone che non avrebbe voluto alle sue esequie (lui però, forse presagendo l'affollamento di coccodrilli e paraculi attorno al feretro, diede disposizione di non celebrare alcun funerale). Prima di salutarti, caro Enzo, ti segnalo un'ultima delizia: Johnny Raiotta, quello del Kansas City, ha chiuso lo speciale Tg1 a te dedicato con queste parole: «Biagi fu cacciato dal tg dopo pochi mesi, io al Tg1 sono durato già il doppio. In qualche modo, l'Italia migliora...». Che vuoi farci, è l'evoluzione della specie.
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l'Unità (8 novembre 2007)


Per tutte le stagioni

In questo paese di smemorati selettivi, si può dire tutto e il contrario di tutto senza mai vergognarsi. Capita persino di sentire l'ometto che ha rovinato gli ultimi 5 anni di vita a Enzo Biagi raccontare la sua affettuosa amicizia con Enzo Biagi. E chi raccoglie le sue dichiarazioni, anziché sputargli in faccia ricordandogli il diktat bulgaro e gl'insulti dei servi sciocchi e furbi, le registra con freddezza anglosassone. Ricordate il pm Woodcock? Il 18 giugno 2006, nel salotto dell'insetto, Gianfranco Fini dichiarò che «in un paese civile quel pm avrebbe già cambiato mestiere». Quel pm era colpevole di avergli arrestato il portavoce, Salvatore Sottile, quello che faceva i colloqui orizzontali alle aspiranti veline alla Farnesina, tra stucchi e feluche; e di avergli intercettato la moglie Daniela, impegnata in vari traffici con la Regione per le sue cliniche. Bene, ieri il gip di Roma ha rinviato a giudizio Sottile per peculato: usava l'auto di servizio per mandare a ritirare la «merce», cioè le ragazze, e farsele portare in ufficio. E qualche mese fa Fini ha lasciato la signora Daniela, troppo impegnata nel ramo sanità. In un paese civile, almeno un giornalista che chiede a Fini se non intenda «cambiare mestiere» lo si troverebbe. Invece ha ragione Fini: non siamo un paese civile.
Ricordate la Procura di Palermo? Un'ampia e variegata letteratura giornalistica, che va dal Foglio a Panorama, dal Giornale al Riformista, l'ha dipinta come un nido di vipere così impegnate a farsi la guerra fra "caselliani" e "grassiani" per trovare ancora il tempo di fare le indagini. Insomma, «il pool è morto» da quando a guidarlo non c'è più Piero Grasso, indegnamente sostituito da Francesco Messineo che ha addirittura deciso di avvalersi di tutti i pm antimafia, anche quelli defenestrati dal predecessore. Non s'è ancora
asciugato l'inchiostro delle ultime paginate, ed ecco che il «pool morto» riesce a far arrestare il nuovo capo di Cosa Nostra, erede di Provenzano ma un filo più operativo del vecchio boss tutto pannoloni, dentiere e prostatiti. Sappiamo bene che le catture dei latitanti sono anzitutto merito delle forze dell'ordine, anche se quando fu preso lo Zu Binnu molti spacciarono l'operazione come il trionfo di Grasso, peraltro già a Roma da mesi in un ruolo - quello di capo della Procura nazionale - che non c'entra nulla con indagini e catture. Dunque, il merito della cattura dei Lo Piccolo è anzitutto alla squadra catturandi della Questura. Si dà il caso però che si sia arrivati al boss grazie a un pentito, e che quel pentito sia stato «gestito» dal procuratore aggiunto Alfredo Morvillo, cognato di Giovanni Falcone, e dai sostituti Gaetano Paci e Meo Gozzo, che la vulgata negazionista degli ultimi anni ha bollato come "caselliani", dunque incapaci di acchiappare i «veri mafiosi». Gozzo, insieme a Ingroia, ha sostenuto l'accusa nel processo Dell'Utri, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa (sentenza paragonata da esponenti della Cdl alle «rappresaglie dei nazisti in fuga»). E Paci è il pm che scoprì i legami di Cuffaro con il boss Guttadauro. Ma, siccome insisteva per contestare al governatore il reato di concorso esterno, mentre Grasso e altri preferivano il più blando favoreggiamento, fu estromesso su due piedi dal «suo processo. Qualche mese fa, il presidente della commissione Antimafia, Francesco Forgione, diede il resto, respingendo la proposta dei Comunisti italiani nominarlo consulente - part-time e a titolo gratuito - dell'insigne consesso parlamentare: questo Paci - spiegò - è una testa calda, uno che chiede addirittura la condanna dei suoi imputati, insomma uno da tenere a distanza. Ora sarebbe forse il caso che qualcuno chiedesse scusa a Paci, ma non succederà. Anzi, D'Avanzo ci spiega che la cattura di Lo Piccolo è «un successo che viene da lontano, da un'altra stagione giudiziaria». Diavolo d'un Grasso: riesce a catturare i latitanti anche dal suo ufficio a Roma! Altro che Messineo, Morvillo, Paci e Gozzo: è stato il superprocuratore che, con i suoi superpoteri, seguita a effondere i suoi balsamici effluvi su Palermo anche a migliaia di chilometri di distanza, anche per contrastare i malefici dell'orrido Caselli. Qualche ingenuo domanderà: ma, se gli elementi per catturare Lo Piccolo eran già disponibili nell'«altra stagione giudiziaria» (cioè addirittura prima dell'arresto di Provenzano), perché lasciarlo libero fino all’altroieri? Ma che domande: per aumentare la suspence, no?
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(7 novembre 2007)

Baciamolemani

Ieri Il Giornale di Mario Giordano, al cui confronto quello di Belpietro era un bel giornale, si faceva beffe, per la penna del suo direttore, di Romano Prodi. Il quale, due giorni fa, aveva raccontato su Repubblica una sua mattinata in coda all'ufficio anagrafe di Bologna. Le lettere dei politici ai giornali, di solito, sono poco interessanti. Così come quelle dei loro portavoce e delle loro consorti. In questo periodo, poi, qualunque cosa faccia un politico suona vuoto e stonato. Il fatto strepitoso è che Il Giornale trovi vuoto e stonato soltanto quel che fa l'Unione: non si ricorda, a memoria d'uomo, non dico una critica, ma nemmeno un pigolìo men che encomiastico su qualche leader del centrodestra. Salvo, si capisce, quando qualche leader del centrodestra osa sporgersi un po' oltre il filo spinato tracciato dal Cavaliere. L'altro giorno il Cavaliere presenziava al Bagaglino allo spettacolo «Vieni avanti cretino». Lui è venuto avanti. Ha raccontato barzellette sul palco. Ha spiegato che era lì perché «l'avevo promesso all'amico Pino Insegno» (ah, i bei tempi in cui parlava con l'amico Putin e l'amico Bush!).
Poi, fra una battuta e l'altra, ha commentato la morte della signora Reggiani: «Mi dispiace moltissimo». L'avesse fatto Prodi, sai le risate, i frizzi e i lazzi. Invece si trattava del padrone, e il Giornale ha registrato la notizia con freddezza anglosassone. Noi comunque siamo grati alla nuova direzione perché, dopo anni di sconfinamenti nel campo del giornalismo - magari fazioso, ma giornalismo - il Giornale ha rapidamente imboccato la via della satira.
Lunedì scorso allegava un inserto patinato in «edizione gold» dal titolo «Dossier Sicilia. Rivista di analisi su economia e impresa» a cura de «II Circolo di Milano» fondato da Dell'Utri. Consigliamo ai fortunati possessori di leggerlo dopo la cattura di Lo Piccolo, perché è difficile restare seri. In copertina, il faccione inutilmente sorridente del sindaco forzista di Palermo, Diego Cammarata. All'interno, un'intervista di 6 pagine al sindaco Cammarata, sobriamente corredata da 11 foto del sindaco Cammarata: il sindaco che ride, il sindaco che gioca a pallone, il sindaco che incontra il vescovo, il sindaco che pianta un chiodo col casco da operaio, il sindaco che si mette gli occhiali, il sindaco che distribuisce uova di Pasqua, il sindaco che omaggia la statua di Santa Rosalia, insomma roba forte. Seguono, tra una pubblicità e l'altra, una serie di sapide interviste con le più celebri glorie della Sicilia: l'on. avv. Giulia Bongiorno (che ripete la balla dell'assoluzione di Andreotti), l'avv. sen. Renato Schifanila Sicilia per me è un luogo dell'anima»), l’on. Enrico La Loggia («pur nella perdurante complessità dialettica delle contrapposte coalizioni»), il presidente del Catania Antonio Pulvirenti, e poi assessori, imprenditori, commercianti, ingegneri, architetti, capicantiere, asfaltatori, cementificatori, albergatori, rettori, proprietari di cliniche private, ma soprattutto avvocati, molti avvocati. Nelle 200 pagine del dossier non c'è un titolo, o un sommario o una didascalia che riporti la parola «mafia». Una volta compare, di sfuggita, il termine «racket», un'altra volta «illegalità». Come nei discorsi dei procuratori generali di una volta, che Giovanni Falcone collezionava perché riuscivano a parlare per ore inaugurando gli anni giudiziari senza mai nominare Cosa Nostra.
E dire che, proprio alla vigilia dell'uscita dell'inserto, il rapporto Confesercenti aveva segnalato come la Mafia Spa sia, per fatturato, la prima azienda d'Italia. Figurarsi in Sicilia. Ma pareva brutto citare la mafia proprio sul giornale di Dell'Utri: come parlare di corda in casa dell'impiccato. Anche quando il presidente dell'Apindustria di Catania si lascia sfuggire un accenno al pizzo, il titolista traduce in dellutrese perfetto: «La burocrazia ci penalizza». Come diceva Johnny Stecchino, i veri problemi in Sicilia sono lo scirocco e il traffico. Per non parlare della burocrazia, signora mia. Splendido lo speciale «Sposarsi in Sicilia», dove non avrebbero sfigurato le foto delle nozze di Francesco Campanella, braccio destro di Provenzano, che nel 2000 si sposò con due testimoni d'eccezione: il futuro ministro della Giustizia Clemente Mastella e il futuro governatore Totò Cuffaro. E poi due pagine di pubblicità del ristorante «Baciamolemani». Più che un ristorante, un programma politico.

ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(6 novembre 2007)

Quo vadis, Tonino?

Premesso che in Italia le commissioni parlamentari d'inchiesta sono enti inutili, anzi dannosi, non essendo mai servite a nulla, se non a produrre «verità» di maggioranza e di minoranza (cioè balle di partito), a insabbiare le colpe dei nemici e a esaltare i meriti degli amici, a confondere le idee anche a quei pochi che pensano di averle chiare, qualcuno dovrebbe difendere Di Pietro da Di Pietro. Come spesso gli accade da 15 anni, cioè da quando è sotto i riflettori, Tonino è in preda a un cupio dissolvi autodistruttivo che lo porta ad allontanare da sé i migliori che gli stanno vicino per asserragliarsi nel suo super-ego con pochi yesmen che gli danno sempre ragione, Il No alla commissione sul G-8, in sé, non è nulla di scandaloso. Sebbene prevista dal programma dell'Unione (pag. 77), l'inchiesta parlamentare non avrebbe portato a nulla, a parte il solito volar di stracci. Diciamoci la verità: a parte la sinistra «radicale», la commissione non la voleva nessuno. Se il centrosinistra non osa urtare nemmeno Pollari e Pompa, anzi li copre di prebende, figurarsi se ha il coraggio di mettersi contro la squadra di Gianni De Gennaro, ex capo della Polizia ora capogabinetto del ministro Amato. Cos'è che non va, allora, nel No di Di Pietro? Il fatto che sia arrivato a sorpresa, non annunciato e non spiegato. E a braccetto con la Cdl. E per giunta in tandem con Mastella. Intendiamoci: gli inciuci con i berluscones li fanno più o meno tutti, nel centrosinistra. Ma Di Pietro non può permettersene neppure il sospetto: i suoi elettori non lo tollerano. Il fatto poi di ritrovarsi sullo stesso fronte di Mastella, attualmente è peggio che votare con Berlusconi. Ed è la seconda volta in sette giorni. Una settimana fa i due litiganti avevan affondato la maggioranza sulla società Ponte sullo stretto, meritandosi il plauso di Cuffaro (Totò aveva elogiato Tonino chiamandolo «uomo d'onore», ritenendolo un gran complimento). Anche su quella questione, è possibile che Di Pietro abbia le sue ragioni: dice che sciogliere subito la società comporterebbe uno spreco di 500 miliardi, mentre la soluzione che ha in mente lui costerebbe un decimo. Ma allora bisogna spiegare tutto e bene, possibilmente prima che la gente si trovi dinanzi al fatto compiuto. E magari prima di perdere per strada uno dei fiori all'occhiello, Franca Rame, uscita dal gruppo Idv proprio per la faccenda del ponte. Chi non frequenta il blog del ministro, cioè quasi tutti, non ci ha capito nulla. E i mezzi per spiegare non gli mancano, visto che è sempre in tv e sui giornali. Invece il No sul G-8 s'è capito benissimo. Ma era meglio se non si capiva. In due interviste al Giornale e alla Stampa, Di Pietro non dice quel che sarebbe ragionevole: la commissione si sarebbe trascinata per anni in inutili scambi di accuse e ricatti senza cavare un ragno dal buco, ed è molto meglio lasciar lavorare i tribunali. No, dice una monumentale sciocchezza: «Questa indagine ha senso solo se viene compiuta a 360 gradi e riguarda sia i comportamenti dei manifestanti che quelli dei poliziotti. La sinistra massimalista vuole indagare esclusivamente sui poliziotti e un partito della legalità come l'Idv non può accettare una legalità a metà». Ma le commissioni parlamentari devono occuparsi delle deviazioni delle istituzioni, non di quelle dei cittadini comuni. Se un black-bloc spacca una vetrina, viene processato per aver spaccato la vetrina, ma la cosa è piuttosto normale: è il loro mestiere. Se un poliziotto fracassa il cranio a uno studente che dorme, e altre centinaia di agenti fanno altrettanto, c'è un problema nella polizia e ha senso che il Parlamento s'interroghi. Perché il mestiere della polizia non è quello di spaccare crani di giovani dormienti, ma quello di prendere i black-bloc. Se valesse l'assurda par condicio tra black-bloc e agenti, a quando una commissione sui topi d'appartamento e i palpeggiatori da tram? Fino a un mese fa Di Pietro andava a gonfie vele. È uno dei migliori ministri del governo, senz'altro il più popolare. Sulle nuove leggi vergogna non ha sbagliato un colpo, opponendosi all'indulto e (più tardivamente) alla legge-bavaglio di Mastella. Complici l'asse con Grillo e la solidarietà a De Magistris, i sondaggi danno il suo partito come l'unico in crescita nell'Unione. E, col ripristino del falso in bilancio e la modifica della Cirielli, ha vinto un'altra battaglia. E allora perché si agita? Perché dà l'impressione di smarcarsi dal governo proprio quando il governo, finalmente, da ragione a lui? Ci fa sapere?
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(1 novembre 2007)

Senti chi parla

A onore di Piero Ostellino va detta una cosa: che non delude mai i suoi detrattori. E dire che ieri, nel suo editoriale sul Corriere «Tante amnesie sui giudici in tv», aveva cominciato bene, ricordando come solo oggi che parlano due giudici che indagano (anche) sul centrosinistra, il centrosinistra abbia deciso che i giudici non devono parlare. È assolutamente vero: nessuno ricorda più che Giovanni Falcone andava al Costanzo Show e a Samarcanda, e Paolo Borsellino si fece intervistare da l'Unità e da Repubblica per denunciare lo smantellamento del pool di Palermo, ma anche da due giornalisti francesi di Canal Plus per parlare dei rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e il mafioso Mangano, e poco prima di morire ammazzato partecipò a un incontro pubblico promosso da MicroMega e attaccò i «giuda» che avevano tradito l'amico Giovanni.
Oggi si ripete a macchinetta che «i giudici devono tacere come Falcone e Borsellino», a dimostrazione del fatto che gli unici giudici buoni sono quelli morti. Se Luciano Violante allargasse ai giudici morti la sua intimazione a De Magistris e Forleo di «non cercare il consenso in tv» (ecco: il dissenso dovrebbero cercare), qualcuno potrebbe ricordargli che le stesse cose le dicevano i nemici di Falcone e Borsellino, accusandoli di atteggiarsi a «star» e a «professionisti dell'antimafia», nonché di usare la giustizia per «fini politici». Violante all'epoca difendeva Falcone e Borsellino. Chissà perché oggi ha cambiato idea.
Ma dicevamo di Ostellino. Dopo una buona partenza, come accade ai gregari un po' brocchi, si perde sulla prima collinetta. Che, nel suo caso, è rappresentata da Mani Pulite. Non è passato un secolo: era solo quindici anni fa. Eppure Ostellino non ricorda nulla, anzi ricorda cose mai avvenute. Sostiene
che il pool Mani Pulite «andava in tv». Ma non è vero: nessun pm di Mani Pulite rilasciò interviste televisive ai tempi dell'inchiesta. Come ricordava ieri Sandro Ruotolo, ci fu una sola eccezione: la puntata de "Il rosso e il nero" di Michele Santoro del 28 aprile 1994, dedicata alla politica giudiziaria del nascente governo Berlusconi I. Erano in studio i magistrati Borrelli, Boccassini (allora applicata a Caltanissetta per le indagini sulle stragi) e Alemi, con l'ex giudice Caponnetto; i politici Tiziana Parenti, Raffaele Della Valle, Tiziana Maiolo, Cesare Previti, Francesca Scopelliti e, udite udite, Luciano Violante (per nulla imbarazzato dall'essere circondato da magistrati parlanti).
Ostellino invece racconta che il pool di Milano «era andato in tv a opporsi pubblicamente al decreto Biondi che tendeva a ridurre i termini della carcerazione preventiva», per «continuare a usare la carcerazione preventiva come la ruota medievale per strappare agli inquisiti una confessione». Poi aggiunge che «gli uomini del pool avrebbero dovuto dimettersi, invece di contestare pubblicamente il Parlamento, se ritenevano di non poterne applicare un provvedimento». Era difficile concentrare tante scempiaggini in poche righe,ma Ostellino ci è riuscito.

1) Il decreto Biondi non «tendeva a ridurre i termini della carcerazione preventiva»: la aboliva tout court, ma solo per i colletti bianchi (chi insultava un vigile poteva essere arrestato; chi lo corrompeva, non più).
2) La carcerazione preventiva - che tra l'altro non c'è più: dal 1989 si chiama custodia cautelare - non è un capriccio medievale del pool di Milano per torturare e strappare confessioni, ma una facoltà prevista dalla legge per evitare che l'indagato fugga, o inquini le prove o continui a delinquere. Il nuovo «pacchetto sicurezza» la rende addirittura obbligatoria (per i reati comuni, s'intende) e viene salutato da tutti, anche dal Corriere, come la panacea. 3) Il pool di Milano non «andò in tv»: semplicemente scrisse e lesse dinanzi alle telecamere un comunicato in cui faceva esattamente ciò che Ostellino gli rimprovera di non aver fatto: si dimetteva, cioè chiedeva a Borrelli di non occuparsi più dei reati di Tangentopoli per la palese disparità di trattamento che il decreto Biondi creava tra questi e i reati «comuni». Poi Berlusconi, su richiesta di Bossi e di Fini, ritirò il decreto e il pool restò al suo posto. Se Ostellino ha perso la memoria, potrebbe farsela rinfrescare dai tanti cronisti che la conservano. Ma in fondo chi è lui per verificare le cose che scrive? Non sarà mica un giornalista.
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(31 ottobre 2007)

lunedì 29 ottobre 2007

Why Not

Essendo un uomo colto, il ministro Mastella forse ricorda quel che accadde dalle sue parti nel 275 a.C. E, se non lo ricorda, può farselo spiegare da uno che ha studiato: in quell’anno i romani respinsero l’avanzata di Pirro II re dell’Epiro alleato con tarantini e sanniti, a Maleventum, che fu ribattezzata per l’occasione Beneventum e oggi sta in provincia di Ceppaloni. 4 anni prima Pirro aveva esordito in Magna Grecia con la strepitosa vittoria sugli elefanti a Heracleia e poi ad Ascoli Satriano, subendovi tuttavia perdite così ingenti che il trionfo fu per lui peggio di una sconfitta. Una «vittoria di Pirro», appunto. L’altro giorno, alla notizia dell’avocazione dell’inchiesta Why Not da parte del Pg «facente funzioni» Dolcino Favi, Mastella ha dichiarato: «De Magistris ha perso e io ho vinto», come se uno potesse vincere una partita facendo espellere l’arbitro che gli fischia un rigore contro. Ecco: se sapesse far tesoro della storia (e dunque non fosse Mastella), forse il ministro non sarebbe così sicuro e baldanzoso, ma comincerebbe a domandarsi se la sua vittoria nella battaglia di Catanzaro non somigli a quella di Pirro. E vero, è riuscito a liberarsi del pm che indagava sudi lui e sul suo premier. È vero, ha incassato la quotidiana dichiarazione di solidarietà da Prodi (bella forza, un indagato che solidarizza con il coindagato contro il pm che li indaga). È vero, ieri ha ottenuto lo scalpo di Petruccioli, non perchè due anni fa era stato nominato Presidente Rai con l’accordo di Berlusconi, ma perché non ha punito Floris né chiuso Annozero. È vero, ostenta una calma olimpica (ieri era a pranzo a Roma in via delle Zoccolette) come se avesse tutti ai suoi piedi. Ma, se desse un’occhiata alle mailing list dei magistrati, scoprirebbe qualcosa che non gli piacerebbe per nulla. La «pax mastelliana» con le toghe, costruita sapientemente a botte di manuale Cencelli sistemando al ministero esponenti di tutte e quattro le correnti della magistratura assodata, tanto quelle conservatrici quanto quelle progressiste, come ben documenta un dossier dei Radicali, è ufficialmente finita. L’idea che si dovesse trattarlo con indulgenza perché «comunque non è Castelli», in un’ottica di «riduzione del danno», almeno nella base della magistratura è definitivamente tramontata. Anche perché, come ha detto Antonio Ingroia, il danno causato da Mastella all’inchiesta che riguarda lui e il premier è molto peggio di quelli provocati da Castelli ai processi contro Berlusconi & C. Questi rimasero saldamente nelle mani dei pm e dei giudici di Milano; quello è stato tolto al titolare e ieri, alla velocità della luce, è atterrato al Tribunale dei ministri, dove finora nessun processo eccellente ha mai fatto strada alcuna. Persino l’Anm - che pareva dispersa negli ultimi mesi, non avendo fatto un minuto di sciopero contro l’orrenda riforma dell’ordinamento giudiziario scritta da Mastella e peggiorata vieppiù dal Senato, e non aveva speso una parola per difendere Clementina Forleo e Luigi De Magistris insultati e attaccati per tutta l’estate - ha ritrovato la voce per deplorare il pericolo «per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura», nonché l’«inopportunità» dell’avocazione di «Why Not». Se si pensa che solo quest’estate la sezione catanzarese della stessa Anm sollecitava il ministro a ispezionare De Magistris (forse perché, indagando, metteva in cattiva luce molti colleghi), si può cogliere la portata della svolta. Le mailing list dei magistrati di «base», secondo indiscrezioni, sarebbero tutte un ribollire di reazioni sempre più indignate a quanto sta facendo il ministro, spalleggiato dalla parte più pavida e più servile della magistratura (correnti don Abbondio e don Rodrigo). Sono magistrati perlopiù giovani, o comunque toghe sciolte, anzi «toghe rotte» come s’intitola il bel libro di Bruno Tinti. Magistrati senza collare o comunque, anche se iscritti a questa o quella corrente, sempre più critici verso le derive corporativiste e collateraliste dell’associazionismo togato. Qualcuno vorrebbe addirittura tenere una giunta straordinaria dell’Anm a Catanzaro; per far capire che quel che sta accadendo non è un battibecco fra De Magistris e Mastella, né una puntata dell’inesistente «scontro fra politica e magistratura». Qui è in gioco l’art. 3 della Costituzione: se crolla Catanzaro, addio principio di eguaglianza, che poi si porta dietro l’obbligatorietà dell’azione penale e l’indipendenza della magistratura. Se resiste Catanzaro, la legge può ancora essere uguale per tutti. Persino a Ceppaloni. Persino in Magna Grecia.

ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(25 ottobre 2007)

domenica 28 ottobre 2007

Telesclerosi multipla

Non so cosa si dirà oggi di Annozero, che ieri sera s’è occupato del caso Catanzaro. Ma ho come l’impressione che se ne dirà tutto il peggio possibile. In compenso mercoledì sera abbiamo avuto una doppia prova della buona e giusta informazione, quella che non suscita mai proteste né polemiche. A Otto e mezzo l’ottimo Filippo Facci, spalleggiato dal Platinette Barbuto,additava al pubblico ludibrio le peggiori «degenerazioni della magistratura»: i pm Henry John Woodcock e Luigi De Magistris. E perché mai sarebbero “degenerati”? Risponde Facci: «Per i loro rapporti distorti con la stampa». In teoria, per definire degenerato qualcuno, bisognerebbe dimostrare che l’interessato ha fatto qualcosa che non va. Ma, al momento, né Woodcock né De Magistris sono stati condannati o rinviati a giudizio per alcunchè. Le condotte di De Magistris sono all’attenzione del Csm. Quelle di Woodcock lo sono già state due volte, e i due procedimenti disciplinari si sono conclusi con la piena assoluzione. Al massimo, i pm potrebbero essere accusati di «rapporti con la stampa» (anche se la libertà di espressione è un diritto costituzionale riconosciuto a tutti, pm compresi; il fatto che siano proprio dei giornalisti a dimenticarlo ha del cannibalesco). Ma a una condizione: che i due abbiano rapporti con la stampa. De Magistris ne ha, avendo concesso alcune interviste per difendersi dalla campagna che lo colpisce da anni. Woodcock non ne ha, visto che si lascia insultare in silenzio: mai rilasciato una intervista in vita sua. E allora in che senso sarebbe un «degenerato» per i suoi «rapporti distorti con la stampa»? Il fatto che un pm che dà interviste e uno che non le dà subiscano la stessa accusa, dimostra ciò che dice Davigo: «Non ci attaccano per quello che diciamo, ma per quello che facciamo». Chi non dà fastidio può rilasciare tutte le interviste che vuole. Chi invece dà fastidio, se parla con i giornalisti è un farabutto; e se non parla con i giornalisti è un farabutto lo stesso. Qualche ora dopo, su Rai1, ecco Porta a Porta. Un puntatone sul testamento di Pavarotti e la sclerosi multipla che affligge la moglie, Nicoletta Mantovani. In studio, fra gli altri, l’autore dello scoop sanitario: il direttore di Chi Alfonso Signorini. La lesione della privacy della vedova era talmente plateale, scandalosa, ributtante, che uno spettatore dotato di un minimo di umanità non poteva non augurarsi l’intervento di qualcuno per metter fine alla vergogna. Tipo, che so, il Garante della Privacy, così solerte quando escono le foto del portavoce del governo con un viado sotto il lampione e le foto del capo dell’opposizione, reduce dal Family Day, con cinque squinzie sulle ginocchia. Stavolta il Garante dev’essersi distratto, così la televisita medica alla Mantovani prosegue fino a notte fonda. Signorini sostiene di aver sbattuto in prima pagina la malattia della signora perché «la gente deve sapere la verità»: certo, quando ha preavvertito l’interessata di cui si proclama «grande amico», lei «non era proprio entusiasta». Ma il «dovere di cronaca» alla fine ha vinto. Anche perché - ha proseguito il campione della libera informazione - «giravano voci su suoi incontri con amanti in Central Park» e bisognava smentirle: la signora andava a New York per curarsi. A questo punto intervenivano altri squisiti ospiti, appartenenti alle nuove professioni nate da una branchia delle pompe funebri: l’amico di Pavarotti, il confidente di Pavarotti, il notaio di Pavarotti, il vicino di casa di Pavarotti, persino il dietologo di Pavarotti. Quest’ultimo e la sua signora, che non ama la Mantovani, erano collegati da casa e si abbandonavano a eleganti considerazioni sui rapporti tra il tenore e la moglie e sulla scelta di Nicoletta di avere un bambino «nonostante la grave malattia che già l’aveva colpita». A qualcuno sarà forse venuto in mente che in quello studio, da anni, si tuona contro i pm che osano intercettare i galantuomini che intascano mazzette, aiutano la mafia, scalano illegalmente banche, truccano campionati; e contro i giornalisti che osano parlarne. Ecco, sono quelle le vere violazioni della privacy. Sfrucugliare nelle cartelle cliniche dei privati cittadini è roba da Pulitzer.
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (26 ottobre 2007)

sabato 27 ottobre 2007

Dottor Scotti, per piacere!

Premessa: il sottosegretario alla Giustizia Luigi Scotti, ex presidente del Tribunale di Roma, è un giudice specchiato e rigoroso. Ed è libero sia di prendere per oro colato la relazione degli ispettori di via Arenula sul pm di Catanzaro Luigi De Magistris, sia di sostenere appassionatamente ad 'Annozero' la richiesta del ministro Clemente Mastella di trasferirlo d'urgenza (ma il Csm, rinviando tutto al 17 dicembre, questa urgenza non l'ha proprio vista). Motivo: quel pm è "macroscopicamente inadeguato" e lavora con "grave e inescusabile negligenza e inammissibile superficialità". Le prove? Schiaccianti. Per esempio: nel suo ufficio s'è "smarrito l'intero sottofascicolo delle intercettazioni" dell'inchiesta Toghe lucane; e a "uno dei suoi più stretti collaboratori", un maresciallo della Finanza in trasferta a Roma per le indagini, è stato rubato il pc portatile "contenente tutti gli atti". Tutta colpa di De Magistris: via lui, a Catanzaro certe cose non accadrebbero più. Perfetto. O forse no.
Il 19 novembre 2003 l'inviato di 'Striscia la notizia' Jimmy Ghione s'introdusse nel Tribunale di Roma, frugando indisturbato tra fascicoli e documenti riservati e mostrando come fosse un gioco da ragazzi portarli via senza incontrare ostacoli. Chi era all'epoca il presidente del Tribunale di Roma? Il dottor Scotti, che era lì dal 1997 e ci rimase fino al 2006 senza riuscire a migliorare granché la situazione. Tant'è che ancora nel gennaio 2007, quando Scotti era già sottosegretario in quota Pdci, l'inviato di 'Repubblica' Attilio Bolzoni ripetè la stessa esperienza di Ghione: "Ogni giorno", testimoniò Bolzoni, "ci sono fascicoli che spariscono: a volte li rubano, a volte li perdono. Un caos". "Situazione stupefacente e raccapricciante", tuonò Mastella, senza peraltro colpevolizzare né proporre per il trasferimento alcun giudice. Scotti era presidente del Tribunale anche nel gennaio 2000 quando, nei sotterranei dell'ex ufficio Istruzione in piazza Adriana, saltarono fuori 700 mila fascicoli ammuffiti: tutti processi mai fatti, perlopiù prescritti. Scotti chiese al giudice Rosario Priore di fare qualcosa e si riservò "tutte le iniziative per assicurare piena credibilità all'ufficio di cui sono responsabile".
Ora la domanda è: se a Catanzaro la scomparsa di un fascicolo e di un pc sono sintomi di "grave e inescusabile negligenza e inammissibile superficialità" e possono portare al trasferimento di un pm, qual è la sanzione se i fascicoli smarriti sono 700 mila? A parte la promozione a sottosegretario alla Giustizia, s'intende.
SIGNORNÒ
MARCO TRAVAGLIO
L’espresso (25 ottobre 2007)

Torta a torta

L’altroieri, a Porta a Porta, si cucinavano torte e altri dolciumi. La puntata, inaspettatamente, non riguardava Cogne, né Garlasco, né Rignano, ma il caro-vita. Insieme al fornaio e al panettiere, ne discutevano Lorena Bianchetti e altri squisiti ospiti. Ieri Bruno Vespa si è recato in Vigilanza per raccogliere gli applausi degli uomini dei partiti, che nei giorni scorsi avevano tentato di processare Michele Santoro per aver raccontato una storia vera, cioè il caso De Magistris, anzi Mastella. Solo Beppe Giulietti si é astenuto dalla simpatica cerimonia, tutta inchini e riverenze, quadriglie e minuetti tra l’insetto e i suoi «editori di riferimento», come ebbe a definirli ai tempi d’oro della Dc di Forlani e Andreotti. Come già Mastella collegato dal Columbus Day, anche il presidente Mario Landolfi - che passò un bigliettino a Gad Lerner per segnalare una sua protetta al neodirettore del Tg1 - si è molto complimentato per la proverbiale imparzialità e il leggendario pluralismo di cui è campione l’insetto. Da quando, nel 1969, annunciò dalla questura di Milano che Pietro Valpreda era il mostro di Piazza Fontana. «Se tutte le trasmissioni fossero come Porta a Porta - ha flautato Landolfi - la Vigilanza potrebbe abbassare la saracinesca». Poi è intervenuto il suo vice, il margherito Giorgio Merlo, entusiasta per la visita dell’insetto che «ha confermato come la salvaguardia del pluralismo e il rigoroso rispetto delle regole rappresentano (il congiuntivo non è il suo forte, ndr) i postulati essenziali per i conduttori del servizio pubblico... a prescindere dalle solidarietà corporative e sindacali nei confronti dei vari conduttori». Allusione agli interventi dei sindacati della stampa a difesa di Floris e Santoro. Poi ha parlato Vespa: «Preferisco che gli interlocutori siate voi», ha detto ai suoi santi protettori, «tremo all’idea che il Tg1 debba essere portatore di interessi altrui» cioè, eventualmente, dei cittadini L’importante è che continuino a comandare i partiti, altrimenti 4 sere a settimana se le scorda. Poi ha confidato di scegliere «i temi sull’attualità quando sono caldi»: un po’ come le torte sfornate l’altra sera dai cuochi di redazione, che avevano rimpiazzato il plastico della villetta di Cogne e la bicicletta di Garlasco con un grande forno a microonde. Naturalmente, ha sottolineato, «non ho mai avuto condizionamenti né dall’azienda né dalla politica»: infatti obbedisce da solo, prima che arrivino gli ordini. Due le sue stelle polari: «ferreo controllo delle notizie che diamo» e «assoluto equilibrio dei servizi», Qualcuno minimamente informato - non è il caso della commissione di Vigilanza - avrebbe potuto domandare a chi avesse affidato il controllo ferreo della notizia (falsa) dell’assoluzione definitiva di Andreotti: a un cuoco? Qualcun altro potrebbe ricordare quando Vespa lesse una mail anonima che «testimoniava» l’innocenza degli agenti arrestati a Napoli per le violenze contro i no-global, e domandare se l’avesse fatta controllare da un pasticciere. Quando poi ha sostenuto di aver «vinto tutte le cause in 10 anni», qualcuno con un minimo di memoria avrebbe potuto rammentargli i 260 milioni pagati dalla Rai a Scattone e Ferraro (gli assassini di Marta Russo) per un’intervista esclusiva al Tg1 e una a Porta a Porta nel giugno ’99: la famiglia Russo fece causa, visto che i due non avevano pagato i danni a cui erano stati condannati, e scopri che il «servizio pubblico» diretto da Agostino Saccà aveva appoggiato il versamento sul conto di un prestanome per aggirare il blocco dei beni disposto dal tribunale; la Rai, per uscire dalla causa dovette sborsare altri 200 milioni. L’anno scorso Vespa è stato condannato a pagare 82 mila euro a Roberto Zaccaria per aver inventato - in un libro Rai-Eri - un complotto dell’allora presidente Rai contro Berlusconi con Biagi, Luttazzi e Santoro. Tutte balle. Ieri l’insetto ha molto lacrimato per la serata che dovrà cedere a Benigni. In effetti, 3 sere sono poche. Perché non dargli anche venerdì, sabato e domenica?

ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(19 ottobre 2007)