La verità è che agli ultimi anni di vita di Enzo Biagi, come per Indro Montanelli, la grata nazione, l’ammirato ceto politico e soprattutto la devota schiera di colleghi più giovani hanno riservato un pestaggio quotidiano. Negli ultimi mesi, Montanelli aveva cambiato numero di telefono e cancellato le iniziali dal citofono per sfuggire a minacce e molestie. Enzo Biagi aveva eliminato dalla «mazzetta» dei giornali la metà dei quotidiani perché, ripeteva, «nella vita esistono già i grandi dolori, almeno i piccoli bisogna evitarli». Ad ogni buon conto, mentre Enzo viveva grandi dolori, c'era chi s'incaricava volentieri di dargliene contìnuamente di piccoli. Mezzecalze frustrate, ragazzi ansiosi di carriera, servi dalle molte vite ideologiche hanno continuato a scrivere sui loro giornalini che «l'avidità di Biagi» era «il principale ostacolo al suo ritorno in tv», anche quando aveva già comunicato che sarebbe tornato alla Rai con uno stipendio da redattore da versare a una parrocchia per l'assistenza ai poveri. La bellezza del ricordo umano di Biagi vince sempre sul resto. Ma, conoscendolo, a Biagi, più che essere celebrato, sarebbe piaciuto continuare attraverso gli altri. Fra tutti i posti ricoperti in una lunga carriera costellata da dimissioni forzate, quello in Rai era il più amato. Corso Sempione era la sua vera casa, i suoi collaboratori ai programmi, da Franco Iseppi a Loris Mazzetti, erano i suoi veri amici. Perfino nei momenti più tristi, appena poteva, dava sfogo al suo orgoglio Rai, lodava i bei programmi superstiti, come Report di Milena Gabanelli e Che tempo che fa di Fazio («Mediaset non li potrebbe mai fare»). Nella stagione delle epurazioni, non si è battuto soltanto per II Fatto, ma ha sempre ricordato Santoro, Luttazzi, Guzzanti, Beha, Massimo Fini, Gianluca Nicoletti e tanti altri. Insomma, ha difeso un'idea di servizio pubblico.
Se i molti caimani che hanno esaltato la «grande lezione di Biagi» vogliono davvero rendere un omaggio al grande Enzo, approvino in Parlamento una riforma della tv di Stato che liberi
Curzio Maltese
Il Venerdì di Repubblica (16 novembre 2007)
lunedì 19 novembre 2007
Lacrime di coccodrillo (e di caimano) per Enzo Biagi
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