lunedì 19 novembre 2007

Lacrime di coccodrillo (e di caimano) per Enzo Biagi


Superata da un pezzo la quarantina, uno dovrebbe smettere di meravi­gliarsi dell'ipocrisia che regola i riti pub­blici. Ma debbo confessare il giovanile impulso di prendere a schiaffi due terzi delle facce di bronzo che sono sfilate sui palchetti televisivi per celebrare Enzo Biagi maestro di libertà, dignità, giorna­lismo. Dov'erano, prima?
La verità è che agli ultimi anni di vita
di Enzo Biagi, come per Indro Montanelli, la grata nazione, l’ammirato ceto politico e soprattutto la devota schiera di colleghi più giovani hanno riservato un pestaggio quotidiano. Negli ultimi mesi, Montanelli aveva cambiato numero di telefono e can­cellato le iniziali dal citofono per sfuggire a minacce e molestie. Enzo Biagi aveva eli­minato dalla «mazzetta» dei giornali la me­tà dei quotidiani perché, ripeteva, «nella vita esistono già i grandi dolori, almeno i piccoli bisogna evitarli». Ad ogni buon con­to, mentre Enzo viveva grandi dolori, c'era chi s'incaricava volentieri di dargliene con­tìnuamente di piccoli. Mezzecalze frustra­te, ragazzi ansiosi di carriera, servi dalle molte vite ideologiche hanno continuato a scrivere sui loro giornalini che «l'avidità di Biagi» era «il principale ostacolo al suo ritorno in tv», anche quando aveva già co­municato che sarebbe tornato alla Rai con uno stipendio da redattore da versare a una parrocchia per l'assistenza ai poveri. La bellezza del ricordo umano di Bia­gi vince sempre sul resto. Ma, conoscen­dolo, a Biagi, più che essere celebrato, sa­rebbe piaciuto continuare attraverso gli altri. Fra tutti i posti ricoperti in una lun­ga carriera costellata da dimissioni forza­te, quello in Rai era il più amato. Corso Sempione era la sua vera casa, i suoi col­laboratori ai programmi, da Franco Iseppi a Loris Mazzetti, erano i suoi veri ami­ci. Perfino nei momenti più tristi, appena poteva, dava sfogo al suo orgoglio Rai, lodava i bei programmi superstiti, come Report di Milena Gabanelli e Che tempo che fa di Fazio («Mediaset non li potrebbe mai fare»). Nella stagione delle epurazioni, non si è battuto soltanto per II Fatto, ma ha sempre ricordato Santoro, Luttazzi, Guzzanti, Beha, Massimo Fini, Gianluca Nicoletti e tanti altri. Insomma, ha difeso un'idea di servizio pubblico.
Se i molti caimani che hanno esaltato
la «grande lezione di Biagi» vogliono dav­vero rendere un omaggio al grande En­zo, approvino in Parlamento una riforma della tv di Stato che liberi la Rai dalla ser­vitù ai partiti e la restituisca al servizio pubblico. Qualcosa che renda impossibi­le in futuro un altro «caso Biagi». Altri­menti, per favore, stiano zitti.
Curzio Maltese
Il Venerdì di Repubblica
(16 novembre 2007)

1 commento:

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