Nell'estate dell'anno scorso i politici di destra e sinistra - salvo rare eccezioni -parevano tanti Babbo Natale, tutti intenti a spiegarci che la pena deve rieducare il condannato, che il carcere non risolve i problemi della sicurezza, che non si può metter dentro la gente e gettare la chiave, che il detenuto deve reinserirsi e socializzare, e la Costituzione, e Beccaria, e il papa. Convinti dai loro stessi slogan, i partiti di destra e sinistra (salvo Idv, Pdci, An e Lega, più alcuni ulivisti sciolti come Colombo e D'Ambrosio) votarono l'indulto che, a oggi, ha liberato circa 50 mila detenuti che scontavano la pena in carcere o pene alternative al carcere o la custodia cautelare. Tra questi, alcune migliaia di assassini conclamati. Un quarto del totale è già tornato dentro per aver ricominciato a delinquere. Altri sono in arrivo a breve, appena saranno presi. Ora gli stessi politici che hanno creato questo grosso problema (con un boom dell'insicurezza reale e di quella percepita) se la prendono col giudice di sorveglianza di Vercelli che tre anni fa concesse la semilibertà all'ex brigatista irriducibile Cristoforo Piancone, riarrestato l'altroieri per una tentata rapina in banca. Piancone, condannato a 6 ergastoli per vari omicidi e banca armata, aveva scontato 26 anni di galera (era dentro dal 1982). La legge prevede che anche l'ergastolano, se tiene una condotta buona, o anche soltanto "regolare" condotta in cella, cioè non sporca, non disturba, non si ribella, e così via, e magari partecipa a qualche programma rieducativo, dopo vent'anni di pena può accedere alle pene alternative. Tra cui la semilibertà. Piancone teneva buona e regolare condotta, partecipava a programmi, e di anni ne aveva scontati ben più di venti. Come faceva il giudice di sorveglianza a prevedere che sarebbe tornato a delinquere? Tra l'altro l'ha fatto al terzo anno dì semilibertà (se fosse uscito con l'indulto, oggi risulterebbe ancora fra i beneficiari incensurati, dunque "recuperati"). La legge Gozzini affida al giudice di sorveglianza una sorta di funzione profetica: il magistrato deve vaticinare, alla luce della condotta del detenuto, se questo una volta uscito righerà diritto o ricadrà nei vecchi vizi. Ma di solito la buona condotta è tipica dei capibanda, che non hanno bisogno di dare in escandescenze per farsi rispettare in cella: a loro basta un'occhiata. Naturalmente ai giudici converrebbe ignorare la legge e tenere tutti dentro fino all'ultimo giorno di pena. Così non sbaglierebbero mai previsione e il rischio di errore si ridurrebbe a zero. Così facendo, si salverebbero la coscienza, ma violerebbero la legge, che impone loro di valutare, passati i vent'anni, se il carcerato può cominciare a uscire. Diversamente dagli indultati, i semiliberi che tornano a delinquere sono un'infima minoranza: dunque la legge Gozzini, sostanzialmente, funziona. Se si ritiene che, come ha scritto Carlo Federico Gosso sulla Stampa di ieri, l'ipersensibilità dell'opinione pubblica sul tema della sicurezza imponga modifiche più restrittive della normativa, è giusto modificarla. Quel che non si può fare è accusare il giudice di Vercelli per averla applicata. Del resto, se si pensa di emendarla per evitare altri casi Piancone, è perché nel caso Piancone è stata rispettata. Qualcuno propone di escludere dai benefici della Gozzini gli ex terroristi: se s'informasse meglio, scoprirebbe che i terroristi sono già esclusi in base a una legge del 1979, che non è stata applicata a Piancone perché è finito in carcere nel 1978. Altri vogliono evitare che gli assassini escano anzitempo dal carcere: e sono gli stessi che un anno fa ne hanno liberati a migliaia con l'indulto, tra l'altro senza alcuna prognosi di ravvedimento da parte dei giudici: così, automaticamente e indiscriminatamente, su due piedi. Anche su questo si può concordare o dissentire. L'importante è accettare le conseguenze delle proprie scelte: senza le pene alternative al carcere, oggi le nostre prigioni ospiterebbero circa 30 mila detenuti in più ogni anno. E visto che, nonostante l'indulto, le carceri sono di nuovo piene come uova ben oltre la capienza-limite di 42 mila posti cella, l'Italia avrebbe una popolazione carceraria tendenziale di 80-90 mila detenuti. Col risultato di doverne metter fuori la metà con indulti continui, uno ogni anno (come del resto si faceva fino a qualche anno fa). O di doversi inventare un centinaio di nuove carceri dall'oggi al domani. Ma, si sa, quando c'è da fare demagogia, la matematica diventa un'opinione.
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l'Unità (4 ottobre 2007)