sabato 27 ottobre 2007

Dottor Scotti, per piacere!

Premessa: il sottosegretario alla Giustizia Luigi Scotti, ex presidente del Tribunale di Roma, è un giudice specchiato e rigoroso. Ed è libero sia di prendere per oro colato la relazione degli ispettori di via Arenula sul pm di Catanzaro Luigi De Magistris, sia di sostenere appassionatamente ad 'Annozero' la richiesta del ministro Clemente Mastella di trasferirlo d'urgenza (ma il Csm, rinviando tutto al 17 dicembre, questa urgenza non l'ha proprio vista). Motivo: quel pm è "macroscopicamente inadeguato" e lavora con "grave e inescusabile negligenza e inammissibile superficialità". Le prove? Schiaccianti. Per esempio: nel suo ufficio s'è "smarrito l'intero sottofascicolo delle intercettazioni" dell'inchiesta Toghe lucane; e a "uno dei suoi più stretti collaboratori", un maresciallo della Finanza in trasferta a Roma per le indagini, è stato rubato il pc portatile "contenente tutti gli atti". Tutta colpa di De Magistris: via lui, a Catanzaro certe cose non accadrebbero più. Perfetto. O forse no.
Il 19 novembre 2003 l'inviato di 'Striscia la notizia' Jimmy Ghione s'introdusse nel Tribunale di Roma, frugando indisturbato tra fascicoli e documenti riservati e mostrando come fosse un gioco da ragazzi portarli via senza incontrare ostacoli. Chi era all'epoca il presidente del Tribunale di Roma? Il dottor Scotti, che era lì dal 1997 e ci rimase fino al 2006 senza riuscire a migliorare granché la situazione. Tant'è che ancora nel gennaio 2007, quando Scotti era già sottosegretario in quota Pdci, l'inviato di 'Repubblica' Attilio Bolzoni ripetè la stessa esperienza di Ghione: "Ogni giorno", testimoniò Bolzoni, "ci sono fascicoli che spariscono: a volte li rubano, a volte li perdono. Un caos". "Situazione stupefacente e raccapricciante", tuonò Mastella, senza peraltro colpevolizzare né proporre per il trasferimento alcun giudice. Scotti era presidente del Tribunale anche nel gennaio 2000 quando, nei sotterranei dell'ex ufficio Istruzione in piazza Adriana, saltarono fuori 700 mila fascicoli ammuffiti: tutti processi mai fatti, perlopiù prescritti. Scotti chiese al giudice Rosario Priore di fare qualcosa e si riservò "tutte le iniziative per assicurare piena credibilità all'ufficio di cui sono responsabile".
Ora la domanda è: se a Catanzaro la scomparsa di un fascicolo e di un pc sono sintomi di "grave e inescusabile negligenza e inammissibile superficialità" e possono portare al trasferimento di un pm, qual è la sanzione se i fascicoli smarriti sono 700 mila? A parte la promozione a sottosegretario alla Giustizia, s'intende.
SIGNORNÒ
MARCO TRAVAGLIO
L’espresso (25 ottobre 2007)

Torta a torta

L’altroieri, a Porta a Porta, si cucinavano torte e altri dolciumi. La puntata, inaspettatamente, non riguardava Cogne, né Garlasco, né Rignano, ma il caro-vita. Insieme al fornaio e al panettiere, ne discutevano Lorena Bianchetti e altri squisiti ospiti. Ieri Bruno Vespa si è recato in Vigilanza per raccogliere gli applausi degli uomini dei partiti, che nei giorni scorsi avevano tentato di processare Michele Santoro per aver raccontato una storia vera, cioè il caso De Magistris, anzi Mastella. Solo Beppe Giulietti si é astenuto dalla simpatica cerimonia, tutta inchini e riverenze, quadriglie e minuetti tra l’insetto e i suoi «editori di riferimento», come ebbe a definirli ai tempi d’oro della Dc di Forlani e Andreotti. Come già Mastella collegato dal Columbus Day, anche il presidente Mario Landolfi - che passò un bigliettino a Gad Lerner per segnalare una sua protetta al neodirettore del Tg1 - si è molto complimentato per la proverbiale imparzialità e il leggendario pluralismo di cui è campione l’insetto. Da quando, nel 1969, annunciò dalla questura di Milano che Pietro Valpreda era il mostro di Piazza Fontana. «Se tutte le trasmissioni fossero come Porta a Porta - ha flautato Landolfi - la Vigilanza potrebbe abbassare la saracinesca». Poi è intervenuto il suo vice, il margherito Giorgio Merlo, entusiasta per la visita dell’insetto che «ha confermato come la salvaguardia del pluralismo e il rigoroso rispetto delle regole rappresentano (il congiuntivo non è il suo forte, ndr) i postulati essenziali per i conduttori del servizio pubblico... a prescindere dalle solidarietà corporative e sindacali nei confronti dei vari conduttori». Allusione agli interventi dei sindacati della stampa a difesa di Floris e Santoro. Poi ha parlato Vespa: «Preferisco che gli interlocutori siate voi», ha detto ai suoi santi protettori, «tremo all’idea che il Tg1 debba essere portatore di interessi altrui» cioè, eventualmente, dei cittadini L’importante è che continuino a comandare i partiti, altrimenti 4 sere a settimana se le scorda. Poi ha confidato di scegliere «i temi sull’attualità quando sono caldi»: un po’ come le torte sfornate l’altra sera dai cuochi di redazione, che avevano rimpiazzato il plastico della villetta di Cogne e la bicicletta di Garlasco con un grande forno a microonde. Naturalmente, ha sottolineato, «non ho mai avuto condizionamenti né dall’azienda né dalla politica»: infatti obbedisce da solo, prima che arrivino gli ordini. Due le sue stelle polari: «ferreo controllo delle notizie che diamo» e «assoluto equilibrio dei servizi», Qualcuno minimamente informato - non è il caso della commissione di Vigilanza - avrebbe potuto domandare a chi avesse affidato il controllo ferreo della notizia (falsa) dell’assoluzione definitiva di Andreotti: a un cuoco? Qualcun altro potrebbe ricordare quando Vespa lesse una mail anonima che «testimoniava» l’innocenza degli agenti arrestati a Napoli per le violenze contro i no-global, e domandare se l’avesse fatta controllare da un pasticciere. Quando poi ha sostenuto di aver «vinto tutte le cause in 10 anni», qualcuno con un minimo di memoria avrebbe potuto rammentargli i 260 milioni pagati dalla Rai a Scattone e Ferraro (gli assassini di Marta Russo) per un’intervista esclusiva al Tg1 e una a Porta a Porta nel giugno ’99: la famiglia Russo fece causa, visto che i due non avevano pagato i danni a cui erano stati condannati, e scopri che il «servizio pubblico» diretto da Agostino Saccà aveva appoggiato il versamento sul conto di un prestanome per aggirare il blocco dei beni disposto dal tribunale; la Rai, per uscire dalla causa dovette sborsare altri 200 milioni. L’anno scorso Vespa è stato condannato a pagare 82 mila euro a Roberto Zaccaria per aver inventato - in un libro Rai-Eri - un complotto dell’allora presidente Rai contro Berlusconi con Biagi, Luttazzi e Santoro. Tutte balle. Ieri l’insetto ha molto lacrimato per la serata che dovrà cedere a Benigni. In effetti, 3 sere sono poche. Perché non dargli anche venerdì, sabato e domenica?

ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(19 ottobre 2007)

Condannato, finalmente

L’altra sera Giulio Andreotti pontificava in tv. su Maria Callas in veste di musicologo, mentre a Porta a Porta Francesco Cossiga raccontava quanto gli piaceva lady Diana. Nel frattempo è uscito il libro di Giovanni Moro, "Settantotto", che racconta a questo paese smemorato lo spettacolare fallimento della gestione del sequestro di suo padre da parte del ministro Cossiga e le incredibili bugie raccontate dal premier Andreotti. Naturalmente nessuno chiama costoro a rispondere su cose serie come queste: al più li si interpella sulla Callas e su Lady D. Nel 1999, quando Andreotti fu assolto in primo grado per insufficienza di prove a Palermo, l'insetto allestì un triduo di festeggiamenti per raccontare che l'amico Giulio con la mafia non c'entrava (salvo naturalmente tacere che già in quella sentenza c'erano elementi politicamente e moralmente gravissimi, così come tacque quando le sentenze d'appello e di Cassazione ribaltarono la prima, stabilendo che il reato c'era, ma era prescritto fino al 1980). Ovviamente senza contraddittorio: le balle, in tv, non possono essere smentite, diversamente dalle verità, che devono essere smentite. Sulle ali dell'entusiasmo, il prescritto a vita se la prese col giudice Mario Almerighi, uno degli amici più cari di Falcone, che aveva testimoniato contro di lui a proposito dei suoi affettuosi rapporti col giudice Carnevale (ora reintegrato in Cassazione grazie a una legge ad personam che l'Unione s'è ben guardata dal cancellare): in particolare, sulle pressioni esercitate da Andreotti sull'allora Guardasigilli Virginio Rognoni per bloccare un procedimento disciplinare contro il cosiddetto "Ammazzasentenze". Pressioni che Almerighi aveva appreso da un amico, il sen. Pierpaolo Casadei Monti, allora capogabinetto al ministero. Il quale però, al processo, non se la sentì di confermare. Così Andreotti si scatenò contro Almerighi dandogli del «falso testimone», anzi del «pazzo» che racconta «infamie», lo paragonò ai «falsi pentiti» prezzolati e aggiunse che affidare la giustizia a gente come lui «è come lasciare la miccia nelle mani di un bambi­no». Almerighi querelò. Andreot­ti tentò di salvarsi con la solita insindacabilità-impunità parlamentare e nel gennaio del 2001 il Senato gli regalò con voto bipartisan lo scudo spaziale. Ma la Corte costituzionale glielo tolse («Non spetta al Senato affermare che le opinioni espresse dal senatore Andreotti costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni»). Così il processo ripartì e finalmente, il 15 giugno scorso, il prescritto a vita è stato condannato dal Tribunale di Perugia a 2mila euro di multa (interamente condonata dall'in­dulto-vergogna, che copre anche le pene pecuniarie), oltre a 20mila euro di provvisionale a titolo di acconto del risarcimento del danno da fissare in separata sede civile. L'altroieri è uscita la motivazione della sentenza firmata dal giudice Massimo Riciarelli, ma naturalmente nessun tg, nessun giornale e nessun Porta a porta han dato la notizia per smentire le balle di Andreotti. E basta leggere le 32 pagine per capire il perché: il senatore, già 7 volte presidente del Consiglio e 18 volte ministro, da tutti riverito come un padre della patria, è giudicato colpevole di diffama­zione perché «ben consapevole che le sue parole gravemente diffamatorie, inutilmente volte a gettare fango su Almerighi, erano destinate alla divulgazione e alla pubblicazione». Quanto ad Almerighi, «può ritenersi provata la circostanza che quel tipo di confidenza (sui traffici di Andreotti pro Carnevale, ndr) gli era stata fatta per davvero» da Casadei Monti: lo provano le «concordi deposizioni» di almeno tre magistrati e l'atteggia­mento dello stesso Almerighi il quale, «spinto da un'ansia di verità, che muoveva dallo sdegno per i tanti morti tra le file dei suoi amici» (da Ciaccio Montalto a Falcone e Borsellino), giunse «a divaricare la sua posizione da quella dell'amico confidente Casadei Monti, a costo di esporre lui o se stesso al rischio di non esser creduto». Almerighi dunque ha detto la verità; Andreotti invece «plurime esternazioni menzognere» e insulti «lanciati come strali dinanzi ai quale si resta impietriti».

ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l'Unità
(18 ottobre 2007)

Ci vorrebbe un amico

Ieri l’Unità e il Corriere riportavano l’ennesima puntata del «caso Palermo»: nella requisitoria al processo Cuffaro, imputato di favoreggiamento alla mafia per aver avvisato il boss Giuseppe Guttadauro delle cimici in casa sua, i pm Michele Prestipino e Maurizio De Lucia hanno spiegato al Tribunale perché l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa non sta in piedi. Comportamento piuttosto curioso, visto che i pm avrebbero dovuto dimostrare perché regge quella di favoreggiamento mafioso. Di solito, quando si processa uno per rapina, il pm non si avventura a spiegare perché l’accusa di omicidio non regge. Tanto più se, sullo stesso imputato, la stessa Procura ha in piedi pure un’inchiesta per omicidio. Lo stesso, mutatis mutandis, è accaduto a Palermo: nel processo in tribunale, il governatore risponde solo di favoreggiamento perché così decise tre anni fa l’allora procuratore Piero Grasso, facendo archiviare l’accusa di concorso esterno. Uno dei pm, Gaetano Paci, che aveva avviato l’inchiesta e insieme a mezza Procura puntava sul concorso esterno, fu estromesso dalle indagini. Un altro, Nino Di Matteo, le lasciò per lo stesso dissenso un anno fa. Restarono Prestipino e De Lucia, ma poi il nuovo procuratore Francesco Messineo chiese e ottenne di riaprire il fascicolo per concorso esterno (che contiene due gravi telefonate intercettate fra Berlusconi e Cuffaro: ieri Messineo ha chiesto di poterle utilizzare contro i due, il gip s’è riservato di decidere). Ora quel fascicolo è delegittimato dall’improvvisa uscita dei due pm in udienza. Messineo ha promesso di chieder loro spiegazioni, visto che non l’avevano avvertito di nulla. Il procuratore aggiunto Alfredo Morvillo, cognato di Giovanni Falcone, ha liquidato le loro parole come «valutazioni individuali di due sostituti», mentre «la linea dell’ufficio è quella consacrata nella riapertura del fascicolo per 416 bis». Un fascicolo che ipotizza, a carico del politico più potente della Sicilia, numero due dell’Udc, non qualche aiutino sporadico ai mafiosi, ma un asservimento stabile a Cosa Nostra con reciproci scambi di favori. E triste che dopo quattro anni di spaccatura nella Procura di Palermo, il Csm - più volte sollecitato da pm e aggiunti - non si sia mai voluto occupare a fondo del caso: né nella scorsa consiliatura, né nell’attuale. Ed è grottesco che, a Palazzo dei Marescialli, giaccia da oltre un anno un «quesito» posto da Messineo a proposito della permanenza nel pool antimafia di alcuni sostituti, tra i quali Prestipino e De Lucia, ben oltre gli 8 anni fissati da una famosa circolare dello stesso Csm. Il quesito domanda come si applichi il principio di rotazione decennale (sancito dal nuovo ordinamento giudiziario Mastella) al pm che hanno già superato gli 8 anni. Domanda tutt’altro che peregrina, visto che nella gestione Grasso la circolare fu usata non solo per allontanare alcuni pm scomodi (accusati financo di «casellismo»), ma anche per epurare dalla Dda gli aggiunti «non allineati» Scarpinato e Lo Forte (anche se la circolare medesima agli aggiunti non si applicava). Possibile che ora il bollino di scadenza di 8 anni non valga più? Forse è venuto il momento che il Csm prenda in mano risolutamente il caso Palermo, anche perché con il nuovo procuratore esistono tutti i presupposti per superare le vecchie divisioni e tornare alla gestione unitaria dei tempi di Caselli. L’altro giorno segnalavamo la latitanza dell’Anm, incredibilmente silente sugli attacchi degli ultimi mesi a De Magistris e alla Forleo, i quali alla fine, abbandonati dal sindacato, han dovuto difendersi da soli. Non vorremmo che, alla dipartita dell’Anm, seguisse l’inerzia del Csm, che non ha mai fatto mancare il suo sostegno – con lo strumento delle «pratiche a tutela» - ai tanti magistrati attaccati e delegittimati nell’èra Berlusconi. Ieri ha chiesto una pratica a tutela anche Gaetano Paci, che dopo l’epurazione subita nel processo Cuffaro, ha dovuto patire un’altra pesante delegittimazione con il veto del presidente della commissione Antimafia, Francesco Forgione, alla sua nomina a consulente gratuito e part time. Occuparsi di Palermo, così come di Catanzaro e di Milano, e non per trasferire i magistrati scomodi, ma per sostenerli, non è solo un adempimento burocratico. È l’unico modo per salvare una Giustizia che è, sì, uguale per tutti, ma solo perché non la vuole più nessuno.

ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO

l’Unità
(13 ottobre 2007)

Tolleranza alla romana

Che Walter Veltroni fosse un ottimo oratore, era noto da tempo. Ma da quando s’è candidato alla guida del Partito democratico, il sindaco di Roma parla proprio come un libro stampato. Purtroppo, non sempre i suoi atti sono conseguenti alle sue parole. Prendiamo la Rai: impossibile non apprezzare la proposta veltroniana di «depoliticizzarla» con un «segno di discontinuità»: «Abolire il Cda» e rimpiazzarlo con un «amministratore unico con competenze specifiche, scelto da una società esterna tra i migliori manager sul mercato». Poi però Walter ha candidato nella lista Democratici per Veltroni di Genova un membro del Cda della Rai, Carlo Rognoni. Come segno di discontinuità per depoliticizzare la Rai, non c’è male. Eccellente anche la campagna veltroniana per la tolleranza zero contro ogni illegalità, che giustamente Walter non vuole regalare alla destra più illegalitaria del mondo. Poi però la cronaca romana del “Corriere della Sera” scopre che la giunta Veltroni considera un titolo di merito le multe subite dai venditori ambulanti abusivi di Porta Portese. La bizzarra prassi amministrativa si deve all’assessorato al Commercio del Comune di Roma, che raccomanda ai frequentatori del celebre mercato di portare sempre con sé, come lasciapassare, i verbali delle vecchie contravvenzioni. Quando il “Corriere” l’ha rivelato, il cosiddetto assessore competente Gaetano Rizzo l’ha smentito con una lettera piuttosto risentita. Purtroppo, a stretto giro di posta, è stato a sua volta sbugiardato dal comandante dei vigili urbani Giovanni Catanzaro, che ha dichiarato: «Noi controlliamo anche i verbali delle multe pagate prima del 2000: non sono un titolo ufficiale per l’esercizio del commercio, ma dimostrano la frequentazione abituale del mercato di Porta Portese». Che poi la frequentazione sia abusiva, poco importa: diventa comunque un diritto acquisito. Detto, fatto. Quando, il sabato sera, i venditori cominciano ad arrivare per accaparrarsi i posti migliori a Porta Portese, i vigili urbani chiedono le licenze o altri “titoli provvisori” e fanno passare pure chi esibisce una multa, vecchia o recente. Si sospetta addirittura che un anno fa, in vista dell’annunciata riorganizzazione del mercato, qualcuno si sia fatto multare apposta per procurarsi anche lui il singolare passepartout. È questa la “legalità” di cui parla Veltroni? E come può il governo dell’Unione annunciare tolleranza zero contro gli ambulantì abusivi extracomunitari, quando la giunta del futuro leader del Pd applica la tolleranza mille a quelli italiani?
SIGNORNÒ
MARCO TRAVAGLIO
L’espresso
(18 ottobre 2007)

A.A.A. svendesi case e legalità

Prima notizia: il ministro Antonio Di Pietro chiede al governo di stanziare in Finanziaria 1,7 miliardi per costruire nuove case popolari. Seconda notizia (scovata da Paolo Brera di “Repubblica-Roma”): l’ente regionale Ater si appresta a svendere nei prossimi tre anni un terzo del patrimonio immobiliare pubblico, pari a 16.410 appartamenti, a prezzi stracciati: da un sesto a un decimo del valore di mercato (calcolati sulle stime catastali rivalutate solo dal 2002). E con la possibilità di godere di ulteriori sconti fino al 35 per cento. I saldi di fine stagione sono autorizzati dalla Finanziaria della Regione Lazio, che ha pure promosso una mega-sanatoria per regolarizzare chi aveva occupato con la forza duemila appartamenti destinati ad altrettante famiglie povere che avevano diritto a entrarvi avendo totalizzato 10/10 in graduatoria. Ora, posto che Di Pietro è un ministro dell’Unione e il Lazio è governato dall’Unione (giunta Marrazzo), c’è una certa contraddizione fra la prima notizia e la seconda: il governo si svena per costruire case popolari, mentre la Regione Lazio se ne libera a prezzi da box auto. Ma c’è di più e di peggio, perché non si tratta di case fatiscenti in quartieri degradati: tra i 16 mila appartamenti Ater 1.358 stanno nei villini della Garbatella e 1.016 sono immersi nel parco di Villa Pamphili, più 702 a Testaccio e 47 a San Pancrazio. Alloggi che di “popolare” non hanno nulla. Si dirà: l’Ater sta per fallire, se non fa subito cassa sprofonda. Vero: ma così incamera solo 900 milioni, mentre potrebbe realizzare 3-4 miliardi. Si dirà: gli acquirenti sono bisognosi. Ma, se gl’inquilini che acquistano sono perlopiù anziani con pensione minima, sarebbe più giusto lasciarli in affitto, anziché svendere loro un bene che, presto o tardi, finirà nelle mani di figli e nipoti più che abbienti. E non basta: la sanatoria consente di comprare casa a un prezzo medio di 60 mila euro anche agli abusivi e ai morosi, penalizzando chi stupidamente ha rispettato la legge. I quartieri interessati sono tappezzati di manifesti dei partiti dell’Unione che rivendicano i meriti della grande svendita e spiegano agli acquirenti-elettori come istruire le pratiche. È questa la “legalità” modello centrosinistra? È un vero peccato che Piero Marrazzo, divenuto governatore, non lavori più in tv: altrimenti si sarebbe denunciato da solo a “Mi manda Raitre”.
SIGNORNÒ
MARCO TRAVAGLIO

L’espresso
(11 ottobre 2007)

Se il delitto di Garlasco conta più della mafia

Gianfranco Micciché si è sfogato. «Ma che tristezza arrivare a Palermo e trovare l’aeroporto intitolato a Falcone e a Borsellino, che immagine negativa trasmettiamo subito». I giornali l’hanno definita una gaffe. Il fondatore di Fi in Sicilia ha ritirato la frase, come usa in simili casi. Il balletto dell’ipocrisia può continuare. Micciché è l’allievo, braccio destro, fiduciario di Marcello Dell’Utri. Lo stesso che alla domanda fatidica «esiste la mafia?» rispose: «Come diceva Luciano Liggio, se esiste l’antimafia dovrà pur esistere la mafia». Poi si scusò anche lui.
E, ancora, si scusò l’ex ministro Pietro
Lunardi, per aver dichiarato che con la mafia «bisogna convivere». Si scusano tutti con l’aria un po’ annoiata dell’ospite che riconosce di aver infranto una regola di galateo. Capisci subito che quando voltano le spalle alla telecamera gli scappa da ridere. Poi riprendono serenamente a convivere con la mafia, senza dirlo.
Convivere con le mafie è quanto accade in tutta Italia. La lotta alla criminalità organizzata ha smesso di essere una priorità. Totò Riina e Bernardo Provenzano sono in carcere, omicidi eccellenti non ce ne sono, che volete di più? In una repubblica televisiva dove l’agenda sociale è decisa dai palinsesti, la mafia ormai conta meno della microcriminalità, dei delitti di Erba o di Garlasco. Nell’ondata di moralismo antipolitico c’è posto per le auto blu, ma non per la lotta ai clan. Fra l’altro, si smentirebbe il presupposto ideologico della superiorità etica del popolo rispetto al ceto politico. All’ultimo voto, i siciliani potevano scegliere fra Rita Borsellino e Totò Cuffaro e non c’è siciliano che non conosca la differenza fra i due in tema di mafia. Cuffaro ha vinto con i due terzi.
La pace mafiosa, a Palermo o a Reggio Calabria, non ha bisogno di pallottole: nessuno si oppone al trionfo di una borghesia mafiosa che gode di larghi consensi e protezioni non solo politiche ed economiche, ma anche mediatiche. Della Calabria, terra della mafia più ricca, la ‘ndrangheta, si parla soltanto se incendiano i boschi silani o se Mastella manda gli ispettori.
Non si hanno notizie della Commissione
parlamentare antimafia da quando scrivemmo che erano riusciti a farci entrare Cirino Pomicino e Alfredo Vito. Le Procure di Palermo stanno per essere smantellate. Il silenzio è d’oro per la borghesia mafiosa. Certo, quel nome sul glorioso aeroporto di Punta Raisi, che fu negli anni ruggenti il principale snodo del traffico di eroina mondiale, può dare fastidio. I tempi non sono del tutto maturi per cambiarlo, ma di questo passo, prima o poi, ci si arriverà.
contromano
di CURZIO MALTESE
IL VENERDÌ
DI REPUBBLICA (19 OTTOBRE 2007 )

Quei vecchi senatori fedeli al passato (e al Paese)

Guai ai vecchi! Mi alzo a fatica dal letto, dolorante per una artrite reumatoide e la cameriera mi porta la colazione e la posta. C’è un libro, appena uscito, del mio amico Massimo Fini, intitolato Ragazzo. Storia di una vecchiaia. La vecchiaia è la sua, di uno che ha sessant’anni, scrive articoli e libri di successo, abita in una bella casa nel centro di Milano, vicino all’albergo di lusso Principe di Piemonte, e ha scoperto la morte incombente e l’inevitabile orrida vecchiaia.
Una lettura affascinante. Il «ragazzo» mi spiega con fraterna sincerità cosa sono oggi: un ultraottantenne decrepito, dalle ossa scricchiolanti, orrendo per le giovani donne, ingombrante per amici e parenti, incapace di farla finita con questa miseria di vita che è la vecchiaia. Sì, mi dico, effettivamente il «ragazzo» ha ragione, la vecchiaia non è allegra, ogni giorno arriva un nuovo malanno. Ma stare in una fossa è meglio che in qualche modo vivere? E più il ragazzo cerca di terrorizzarmi, raccontandomi a cosa sono ridotto, più mi allieta e mi congratulo con me stesso, che vedo ancora splendere il sole.
Per oggi basta con il bel libro di
Massimo. Passiamo alla lettura dei giornali. Un taglio basso a quattro colonne si occupa dei ragazzi della destra, i ragazzi di Francesco Storace, quelli che nascono già fascisti e poi c’è sempre qualcuno che ci rimprovera se continuiamo a considerarli fetenti come nei giorni di Salò. Hanno avuto una trovata come ai bei tempi delle squadre nere: mandare in regalo a Rita Levi Montalcini, recapitato a domicilio, un paio di stampelle. Dice il loro capetto, che nomen omen si chiama Schiuma: «I senatori a vita sono le stampelle di questo governo, sì o no? E allora usino le stampelle. E poi se sono vecchi se ne stiano a casa». Storace approva «La gente non ne può più di questo governo, ai o no?».
Si leggano le lettere che arrivano alla mia e-mail: «Vergognosi, mummie, relitti, cariatidi, parassiti, Barabba senatoriali, sclerotici, inutili, dannosi». Il Capetto di nome Schiuma va già duro con la Montalcini: «Una vecchia, ha i miliardi e rompe pure i cosiddetti». Il «ragazzo» Fini non capisce che cosa ci stiano a fare ancora, a questo mondo, i vecchioni. Ci stanno per fare qualcosa di impossibile, ma per cui forse vale la pena di vivere. Ci stanno per dire ancora no alla violenza stupida e malvagia, per dire ancora sì alla giustizia e alla libertà. Sostengono che uno dei difetti peggiori dei vecchi sia quello di restare fedeli al loro passato. Ma questo ultimo servizio al nostro Paese dobbiamo renderlo. Anche con l’artrite.

fatti nostri
di GIORGIO BOCCA

IL VENERDÌ DI REPUBBLICA
(19 OTTOBRE 2007)

mercoledì 24 ottobre 2007

Un ministro che risponde

È cosi raro trovare un ministro che risponde alle domande che, quando accade, va subito segnalato. Ieri mi ha telefonato il ministro delle Telecomunicazioni, Paolo Gentiloni. Aveva letto l’Uliwood Party di sabato («Impronta digitale») e ricevuto telefonate allarmate di alcuni esponenti dell’Unione (non da Mastella, credo) su un nuovo possibile inciucio con Berlusconi sullo slittamento del digitale terrestre. Allarmi moltiplicati da un titolone di Libero, che venerdì scorso paventava un regalo del governo al Cavaliere per ammorbidirne l’opposizione. Gentiloni sostiene che le cose non stanno così: anzi lo slittamento al 2012 della dead line per l’entrata in vigore del digitale - contenuto nel collegato alla Finanziaria - è una pessima notizia per il partito Mediaset. Devo dire che mi ha convinto in larga parte e proverò a spiegare il perché. Un anno fa, Gentiloni presenta il suo ddl «Norme per la transizione verso la tv digitale»: si propone di uscire dalla gabbia del decreto salva-Rete 4 che, il 21 dicembre 2003, aggirò l’ultimatum della Corte costituzionale per il passaggio di Rete4 su satellite entro il 31 dicembre dello stesso anno. Il decreto-vergogna, poi assorbito dalla Gasparri2 del 29 aprile 2004, stabiliva che il tetto antitrust del 20% sulle concessioni televisive nazionali (non più di due reti per ciascun privato) non aveva più senso, perché ormai il digitale era dietro l’angolo: il nuovo sistema avrebbe moltiplicato i canali a centinaia, per cui le tre Mediaset sarebbero diventate un’inezia. Tutti gli esperti sapevano che era una patacca: il digitale terrestre era appena agl’inizi della sperimentazione e sarebbe diventato realtà ben oltre il 2010. Ma Gasparri i suoi suggeritori finsero che la nuova èra fosse alle porte e fissarono la data al 2006. Poi venne da ridere anche a loro, e la spostarono al 2008. Scadenza - anche questa - ridicola: infatti oggi il digitale di fatto non esiste ancora. Il ddl Gentiloni rinvia tutto al 2012, in linea col resto d’Europa. Ma il ddl Gentiloni non ha ancora visto la luce e continua a essere rinviato a causa delle resistenze delle quinte colonne berlusconiane nell’Unione. Così il governo ha deciso di fissare subito, nel collegato alla finanziaria, almeno la data del 2012 per l’entrata in vigore del digitale. Il che non è un regalo a Bellachioma, ma al contrario una plateale smentita delle frottole della Gasparri: allungando il periodo di transizione dall’analogico al digitale (almeno 5 anni ancora), si rende più che mai attuale l’esigenza di un’antitrust sulle reti analogiche e sulla raccolta pubblicitaria. Tant’è che si ricomincia a parlare di un nuovo intervento della Consulta (sarebbe il terzo) che, «in via incidentale», se investita da qualche soggetto penalizzato (tipo Europa7), potrebbe ribadire ciò che ha stabilito nel 1994 e nel 2001: Mediaset deve dimagrire da tre reti a due. Cosa che non avrebbe senso se il passaggio al digitale avvenisse nel 2008. Qui però affiora il punto debole del ddl Gentiloni: perché ciò che potrebbe sancire la Consulta non lo fanno subito il governo e la maggioranza, nello stesso ddl, sulla scorta delle due note sentenze? Perché non spediscono subito Rete4 su satellite? La Gentiloni, se mai passerà, si limita a trasferire una rete Rai e una rete Mediaset dall’analogico al digitale nel 2008, fra l’altro equiparando due situazioni - Rai e Mediaset - che dovrebbero essere ben distinte: infatti le due sentenze della Consulta parlano di Mediaset, non di Rai. E la gara per le concessioni del 1999 è stata vinta da tutte e tre le reti Rai, mentre Rete4 l’ha perduta, ma continua a trasmettere in proroga senza concessione, su frequenze che dovrebbero passare a Europa7 (che la concessione l’ha vinta, ma non ha alcuna frequenza per esercitarla)e via via ad altri soggetti come ReteA, Mtv, Rete Capri e le tv locali prive della necessaria copertura nazionale. La risposta è nota: la maggioranza, appena si sfiora il portafoglio di Bellachioma, non è solo risicata: non c’è proprio. Ma l’obiezione è facile: perché non arrivare a un chiarimento nell’Unione su una questione così cruciale per la democrazia? O vogliamo aspettare che la risolva Berlusconi?
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (9 ottobre 2007)

Impronta digitale

Quella di Rete4 che deve andare sul satellite, se non fosse contenuta in due sentenze della Corte Costituzionale, sarebbe ormai come l'esodo e il controesodo in estate, la nebbia in val Padana d'inverno, i falsi in bilancio di Bellachioma nelle quattro stagioni: un elemento fisso del paesaggio, che ci fa compagnia dalla culla alla tomba. Tant'è che alla lunga non ci fa più caso nessuno. Ogni tanto qualcuno, perlopiù straniero, salta su: «E Rete4 su satellite?». E subito viene fulminato dagli sguardi gelidi degli astanti, come se gli fosse squillato il cellulare con la suoneria di «9 settimane e mezzo» durante un funerale in chiesa. Un mese fa ci ha riprovato l'Avvocato generale della Corte di giustizia europea un portoghese, che ha ricordato il problemino delle frequenze spettanti a Europa7 ma ancora occupate da Rete4. Nessun tg, tranne il Tg3, s'è accorto della cosa.
L'altro giorno l'eurocommissaria Kroes ha domandato al governo italiano - così, tanto per sapere - che fine ha fatto l'impegno di cancellare la legge Gasparri e di sostituirla con un'altra, possibilmente non scritta da Mediaset: perché, se il governo Prodi ha cambiato idea, è pronta una procedura d'infrazione contro l'Italia. Per tutta risposta, l'Unione ha rinviato un'altra volta l'esame della legge Gentiloni: siccome non piace a Bellachioma e famiglia (per il pur generoso tetto del 45% sull'affollamento pubblicitario, visto che oggi Mediaset controlla il 60-66%), non piace neppure a Mastella. Se ne riparlerà dopo la finanziaria: gennaio, febbraio, chissà. Sempre la Gentiloni prevedeva che nel 2008 Rai e Mediaset trasferissero una rete ciascuna dall'analogico al digitale terrestre, in anticipo rispetto al passaggio definitivo, fissato per il 2012: altro clamoroso regalo al Biscione, visto che la Consulta il tetto massimo di due reti sull'analogico l'ha stabilito per Mediaset, non per la Rai. Ora però il governo Prodi ha deciso di rinviare tutto al 2012: cioè di lasciare a Mediaset le sue tre reti sull'analogico almeno per altri cinque anni. Il gentile omaggio è all'articolo 16 paragrafo 4 del collegato alla Finanziaria,
pubblicato il 2 ottobre sulla Gazzetta ufficiale. Testuale: «All'art. 2-bis, comma 5 del decreto legge 23 gennaio 2001, n.5, convertito, con modificazioni, dalla legge 20 marzo 2001, n. 66, come modificato dall'art. 19, comma 1, del decreto legge 30 dicembre 2005, n.273, convertito con modificazioni dalla legge 23 febbraio 2006 n.51, le parole "entro l'anno 2008" sono sostituite dalle seguenti: "entro l'anno 2012"». Traduzione dall'ostrogoto: inizialmente previsto per il 2006, il passaggio delle frequenze terrestri al digitale fu posticipato nel 2005 al 2008, e ora subisce un nuovo rinvio di altri quattro anni, cioè le tv che trasmettono via etere dovranno passare al nuovo sistema nel 2012.
Il digitale terrestre, annunciato come imminentissimo da Gasparri (che lo confonde con le impronte digitali), era servito al governo Berlusconi per giustificare la legge Gasparri-bis, col decisivo argomento che la nuova èra tecnologica avrebbe moltiplicato a dismisura i canali, riducendo l'attuale duopolio Rai-Mediaset a una cosina da niente. In realtà il digitale è ben di là da venire, e se lo potranno permettere solo i soggetti già presenti sul campo: Mediaset, Rai (sempre in ritardo). Se tutto slitta al 2012, ci vorrebbe una norma transitoria che dicesse: «In attesa del Grande Evento, le frequenze su cui Rete4 trasmette in proroga grazie ai governi Berlusconi e Prodi, senza più concessione dal 1999, passano ipso facto a Europa 7, che la concessione l'ha vinta». Ma il codicillo, che sanerebbe uno scandalo ed eviterebbe all'Italia la condanna europea, disturberebbe di molto la famiglia Berlusconi (con immediate ripercussioni a Ceppaloni). Dunque è rimasto nella penna (a meno che non si decidano ad aggiungerlo alla Gentiloni). Così la barzelletta di Emilio Fede su satellite continueremo a sentirla in saecula saeculorum, anche quando nel mondo non ci saranno più satelliti (ma Fede sì). Anche perché l'Unione non pare molto interessata al tema. L'ultimo a chiedere che Rete4 finisca su satellite è stato Beppe Grillo: ma, com'è noto, lui lavora per Berlusconi. Lui.

ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(6 ottobre 2007)

martedì 23 ottobre 2007

La forca di Babbo Natale


Nell'estate dell'anno scorso i politici di destra e sinistra - salvo rare eccezioni -parevano tanti Babbo Natale, tutti intenti a spiegarci che la pena deve rieducare il condannato, che il carcere non risolve i problemi della sicurezza, che non si può metter dentro la gente e gettare la chiave, che il detenuto deve reinserirsi e socializzare, e la Costituzione, e Beccaria, e il papa. Convinti dai loro stessi slogan, i partiti di destra e sinistra (salvo Idv, Pdci, An e Lega, più alcuni ulivisti sciolti come Colombo e D'Ambrosio) votarono l'indulto che, a oggi, ha liberato circa 50 mila detenuti che scontavano la pena in carcere o pene alternative al carcere o la custodia cautelare. Tra questi, alcune migliaia di assassini conclamati. Un quarto del totale è già tornato dentro per aver ricominciato a delinquere. Altri sono in arrivo a breve, appena saranno presi. Ora gli stessi politici che hanno creato questo grosso problema (con un boom dell'insicurezza reale e di quella percepita) se la prendono col giudice di sorveglianza di Vercelli che tre anni fa concesse la semilibertà all'ex brigatista irriducibile Cristoforo Piancone, riarrestato l'altroieri per una tentata rapina in banca. Piancone, condannato a 6 ergastoli per vari omicidi e banca armata, aveva scontato 26 anni di galera (era dentro dal 1982). La legge prevede che anche l'ergastolano, se tiene una condotta buona, o anche soltanto "regolare" condotta in cella, cioè non sporca, non disturba, non si ribella, e così via, e magari partecipa a qualche programma rieducativo, dopo vent'anni di pena può accedere alle pene alternative. Tra cui la semilibertà. Piancone teneva buona e regolare condotta, partecipava a programmi, e di anni ne aveva scontati ben più di venti. Come faceva il giudice di sorveglianza a prevedere che sarebbe tornato a delinquere? Tra l'altro l'ha fatto al terzo anno dì semilibertà (se fosse uscito con l'indulto, oggi risulterebbe ancora fra i beneficiari incensurati, dunque "recuperati"). La legge Gozzini affida al giudice di sorveglianza una sorta di funzione profetica: il magistrato deve vaticinare, alla luce della condotta del detenuto, se questo una volta uscito righerà diritto o ricadrà nei vecchi vizi. Ma di solito la buona condotta è tipica dei capibanda, che non hanno bisogno di dare in escandescenze per farsi rispettare in cella: a loro basta un'occhiata. Naturalmente ai giudici converrebbe ignorare la legge e tenere tutti dentro fino all'ultimo giorno di pena. Così non sbaglierebbero mai previsione e il rischio di errore si ridurrebbe a zero. Così facendo, si salverebbero la coscienza, ma violerebbero la legge, che impone loro di valutare, passati i vent'anni, se il carcerato può cominciare a uscire. Diversamente dagli indultati, i semiliberi che tornano a delinquere sono un'infima minoranza: dunque la legge Gozzini, sostanzialmente, funziona. Se si ritiene che, come ha scritto Carlo Federico Gosso sulla Stampa di ieri, l'ipersensibilità dell'opinione pubblica sul tema della sicurezza imponga modifiche più restrittive della normativa, è giusto modificarla. Quel che non si può fare è accusare il giudice di Vercelli per averla applicata. Del resto, se si pensa di emendarla per evitare altri casi Piancone, è perché nel caso Piancone è stata rispettata. Qualcuno propone di escludere dai benefici della Gozzini gli ex terroristi: se s'informasse meglio, scoprirebbe che i terroristi sono già esclusi in base a una legge del 1979, che non è stata applicata a Piancone perché è finito in carcere nel 1978. Altri vogliono evitare che gli assassini escano anzitempo dal carcere: e sono gli stessi che un anno fa ne hanno liberati a migliaia con l'indulto, tra l'altro senza alcuna prognosi di ravvedimento da parte dei giudici: così, automaticamente e indiscriminatamente, su due piedi. Anche su questo si può concordare o dissentire. L'importante è accettare le conseguenze delle proprie scelte: senza le pene alternative al carcere, oggi le nostre prigioni ospiterebbero circa 30 mila detenuti in più ogni anno. E visto che, nonostante l'indulto, le carceri sono di nuovo piene come uova ben oltre la capienza-limite di 42 mila posti cella, l'Italia avrebbe una popolazione carceraria tendenziale di 80-90 mila detenuti. Col risultato di doverne metter fuori la metà con indulti continui, uno ogni anno (come del resto si faceva fino a qualche anno fa). O di doversi inventare un centinaio di nuove carceri dall'oggi al domani. Ma, si sa, quando c'è da fare demagogia, la matematica diventa un'opinione.
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l'Unità (4 ottobre 2007)



domenica 21 ottobre 2007

Cosa resterà delle piazze di Grillo

Come andrà a finire tutta la storia di questi mesi, l’ondata moralizzatrice? Mi sbaglierò, ma è una previsione piuttosto semplice. Avrete notato che da tempo non si parla più di conflitto d’interessi e di riforma televisiva, due obiettivi inseriti nei primi mesi di governo. Travolti dall’attualità dei tagli alla buvette di Montecitorio.
L’altra volta trascorsero cinque anni senza
che i governi di centrosinistra facessero nulla. Stavolta avevano giurato in campagna elettorale che non avrebbero ripetuto l’errore. Ma si sa che le maggioranze in Italia cadono sulla tv, non sulle finanziarie. Quindi il governo si guarda bene dall’affrontare la gogna. Si tratta delle vere emergenze della politica italiana, ma a ricordarlo si passa ormai per fissati. Il governo è impegnato a ridurre i costi della politica. Bisogna riconoscere, con onestà, che Romano Prodi aveva cominciato da subito, prima dei movimenti grilleschi. Comunque la maggioranza durerà poco, un anno al massimo, forse meno. Poi si andrà alle elezioni e, salvo miracoli, vincerà la destra, che negli ultimi mesi ha guadagnato altri quattro o cinque punti nei sondaggi.
Il prossimo governo di destra annullerà i tagli al costo della politica e anzi aumenterà a dismisura gli sprechi, i privilegi e le prebende, come aveva fatto già dal 2001 al 2006. La quota di parlamentari condannati sarà almeno raddoppiata rispetto all’attuale, che segna uno dei minimi storici dal dopoguerra. Come l’altra volta, nessuno ne parlerà, perché l’argomento non sarà nell’agenda dei media. Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, giornalisti coerenti, scriveranno comunque il seguito di La casta
, ma con molto meno successo. In Italia l’indignazione dura al massimo un anno e mezzo, prima di cedere a stanchezza, noia, rassegnazione. I comici non verranno più intervistati al tg, da Vespa e negli altri salotti televisivi Rai e Mediaset. La satira sarà di fatto proibita in tv, come dal 2001 al 2006: dopo un po’ di tempo, smetterà di parlare di ceto politico e si rivolgerà alle battaglie sull’ambiente. Anche i vescovi smetteranno di protestare contro le leggi del Parlamento, perché nel frattempo sarà tornato Tremonti all’Economia e si assisterà al miracolo laico della moltiplicazione dei privilegi fiscali per la Chiesa cattolica.
Sarà un’Italia molto meno libera, ma finalmente pacificata e spensierata. Vivremo tutti felici e contenti, a parte una minoranza di rompiscatole che non s’adegua mai al corso del vento. Ed è questa gente il vero ostacolo da eliminare. Se uno lo capisce, può governare senza problemi per almeno vent’anni.

contromano
DI CURZIO MALTESE
IL
VENERDI' DI REPUBBLICA (12 ottobre 2007)


Difendo Prodi dagli avventurieri dell’antipolitica

Adesso gli italiani dell’antipolitica esagerano con i loro capricci e le loro persecuzioni. Si sono messi a chiamare satira le più ostentate forme di diffamazione e conformismi servili i più elementari riconoscimenti dei meriti altrui. Per gli italiani dell’antipolitica un comico parolaio e voltagabbana è infinitamente meglio di Romano Prodi, quotidianamente invitato a levarsi dai piedi. Lo rimpiangeranno, se ne pentiranno, è stato un amministratore onesto e avveduto del bene pubblico, ha governato saggiamente le aziende di Stato, ha diretto saggiamente l’Unione Europea, ha una moglie esemplare, una famiglia che è l’esempio delle meritocrazia e si è sobbarcato il governo di un Paese dove il governare più che difficile è inutile.
Ogni giorno deve sorbirsi, e lo fa con infinita pazienza, gli insulti dei più malfamati cittadini della Repubblica, quelli che corrompono i giudici, rubano e gozzovigliano. Non sopportano neppure, questi antipolitici perversi, che vada in bicicletta, che passeggi, che indossi una tuta sportiva. Lo odiano senza ragione. Se socchiude gli occhi dicono che dorme, se riflette prima di parlare dicono che è rimbecillito, se fa una donazione regolare ai figli lo accusano di ingiusto privilegio. Non vogliono sentir ragione, appena lo vedono si mettono a gridare, anche se è evidente che il suo predecessore era un fenomeno da baraccone.
Gli tiene compagnia nella colonna infame
Walter Veltroni. È il candidato alla guida del Partito democratico. La sua colpa è di avere troppe virtù per essere perdonato dagli invidiosi e dai mascalzoni. È intelligente, onesto, uomo di lettere, oratore eccezionale. Ma essendo uno che ha tutto per piacere al prossimo, per deriderlo lo chiamano piacione.
Non conosco tutti i componenti dell’attuale governo, ma la media mi pare senza dubbio migliore dei precedenti. I governi precedenti sono stati il peggio che un Paese civile possa avere. Quello attuale è un governo di salute pubblica, chiamato a riparare i guasti del berlusconismo: l’assalto alla giustizia, l’elogio dei corruttori, la rivoluzione dei ricchi sempre più ricchi e la rassegnazione dei poveri sempre più poveri, la resa alla società paramafiosa, la linea delle palme risalita fino alle Alpi. Considero con terrore l’eventualità che questo governo cada e consenta il ritorno del capitalismo più becero che la storia del Paese abbia conosciuto, il ritorno a un parafascismo che sembra un richiamo irresistibile per l’informazione revisionista.
fatti nostri
di GIORGIO BOCCA

IL VENERDI' DI REPUBBLICA
(12 ottobre 2007)