L’ avvocato Taormina, o meglio “gli avvocati Taormina” come lo chiama Michele Serra, è furibondo.
Cassazione
Nel ‘96, per esempio, dava per scontata la colpevolezza di Previti nel caso Imi-Sir (“mai visto una parcella di 21 miliardi di lire”) e chiedeva le dimissioni di Berlusconi. Poi entrò in Forza Italia e nel 2001 chiese” l’arresto in flagranza” dei giudici di Milano che osavano processare Berlusconi e Previti. Poi entrò nella commissione Telekom Serbia e, in base alle attendibilissime rivelazioni di Igor Marini pretese l’arresto di Prodi, Fassino e Dini. E così via. Se fosse un caso isolato, la questione riguarderebbe soltanto lui, e morta lì. Ma non è così. Ieri, al processo per la strage di Erba, i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi che pochi mesi fa avevano confessato di avere sterminato quattro persone, hanno ritrattato tutto proclamandosi innocenti. E la confessione? “Siamo stati costretti dai giudici”.
Nemmeno questo è un caso isolato: ritrattare e prendersela con i giudici e la polizia che estorcerebbero confessioni col “tintinnio di manette” è un andazzo sempre più diffuso, soprattutto da quando, nel 1999, il Parlamento approvò l’incredibile legge costituzionale del ”giusto processo” (articolo 111), che rende carta straccia le dichiarazioni rese dinanzi al pm per il sol fatto che chi le ha rese non va a ripeterle, o le ritratta, dinanzi al giudice. Eppure l’esperienza insegna che quanto si dice nell’immediatezza dei fatti è molto più attendibile di ciò che si dichiara dopo anni. Ma la domanda è: dov’erano gli avvocati dei coniugi Romano quando i magistrati e i poliziotti li violentavano per farli confessare? Dov’erano quando hanno firmato i verbali con le confessioni? E con quale faccia possono presentarsi oggi a sostenere il contrario di ciò che avevano sottoscritto solo 6 mesi fa? Il massacro berlusconian-unionista della giustizia, le leggi ad personam di ieri e quelle ad personas di oggi, i processi domestici a Porta a Porta e a Matrix hanno prodotto questo sfascio che investe la credibilità di tutti i soggetti in campo.
Oggi anche la magistratura rischia, avvitata nei corporativismi correntizi, di finire nello stesso calderone della casta politica: l’isolamento di magistrati come De Magistris e Forleo, nei loro uffici prim’ancora che tra le istituzioni, ne è l’emblema più evidente. Solo due anni fa, dinanzi agli attacchi politici, alle ispezioni ministeriali, alle azioni disciplinari e alle indagini penali contro Boccassini e Colombo, i colleghi e il sindacato (l’Anm) non facevano mai mancare sostegno e solidarietà. Oggi De Magistris e Forleo, rei di indagare su destra e sinistra, vengono attaccati da destra e da sinistra solo per aver osato raccontare la propria esperienza ad Annozero. Il tutto nel silenzio assordante dell’Anm e della categoria. Domani
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (11 ottobre 2007)
mercoledì 17 ottobre 2007
Disgrazia e Ingiustizia
martedì 16 ottobre 2007
Il vero antipolitico? E' il palazzo
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Forse la cosa più intelligente su Beppe Grillo l’ha detta Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, lunedì in un incontro televisivo con Romano Prodi. La sua idea è che «finché ci saranno molti politici che vogliono fare a tutti i costi i piacioni, divenendo un po’ comici, è chiaro che i comici tenderanno a far politica». Il che è poi simile a quello che disse un giorno nel 2001 il giornalista-investigatore Travaglio, quando la trasmissione Satyricon parlò di un’ultima intervista di Borsellino girata per Rai News 24 e contenente precisi accenni ai legami tra Berlusconi, Dell’Utri e il mafioso Mangano, stalliere di Berlusconi che i telegiornali Rai ignoravano da mesi: «
Qui è una delle novità che si accampano davanti ai poteri costituiti, non solo politici ma anche giornalistici: la blogosfera, i movimenti alla Grillo, i giovani diffidenti che firmano proposte di legge perché sono abituati a rispondere a sondaggi-votazioni su Internet sono nuovi poteri che fanno apparizione in una democrazia non più veramente rappresentativa, né veramente rappresentata.
Politici e giornalisti ne discutono animosamente ma non sembrano comprendere tali fenomeni, e di conseguenza ne sottovalutano la forza. Più precisamente, non vedono i tre ingredienti che hanno dato fiato e potenza al fenomeno Grillo. Primo ingrediente, la complicità che lega il giornalista classico al politico, e che ha chiuso ambedue in una sorta di recinto inaccessibile: il giornalista parla al politico e per il politico, il politico parla al giornalista di se stesso e per se stesso, e nessuno parla della società, che ha l’impressione di non aver più rappresentanti.
Secondo ingrediente: l’esclusione da tale recinto dell’informazione alternativa che sempre più possente cresce attorno a esso e non è più emarginabile. Oggi essa disvela e denuncia le complicità esistenti, non solo in Italia ma in molte democrazie. Terzo ingrediente: la domanda di politica e non di anti-politica che emana da blog e movimenti alternativi. Pochi sembrano capire che Grillo in realtà denuncia l’anti-politica, e non la politica. Pochi sembrano capire che egli invoca la politica. Forse non lo capisce nemmeno lui. Uno dei motivi per cui si discute senza guardare in faccia questi tre elementi è la cecità peculiare dei giornali dell’establishment (i giornali mainstream). Essi vengono processati allo stesso modo in cui sono processati politici e partiti. È sotto processo la loro complicità con i politici, ed è questo nesso che si tende a occultare: il nesso fra marasma della politica e marasma della stampa. Il fenomeno ha cominciato ad amplificarsi in America, tra l’11 settembre 2001 e la guerra in Iraq: fu la blogosfera a raccogliere i documenti che certificavano l’enorme imbroglio concernente le armi di distruzione di massa e i legami di Saddam con Al Qaeda. La menzogna del potere politico fu accettata da giornali indipendenti come il New York Times, che nel frattempo ha chiesto scusa ai lettori perché di copie ne perse molte. Fu quella l’ora in cui l’antipolitica dei blog divenne politica: quando la politica degenerò in antipolitica e fallì, cavalcando sondaggi e paure.
Non serve molto dunque cercar paragoni, evocare l’Uomo Qualunque. La figura del buffone che dice la verità senza esser creduto perché appunto considerato buffone è già nell’Aut-Aut di Kierkegaard. «Accadde, in un teatro, che le quinte presero fuoco. Il Buffone uscì per avvisare il pubblico. Credettero che fosse uno scherzo e applaudirono; egli ripetè l’avviso: la gente esultò ancora di più. Così mi figuro che il mondo perirà fra l’esultanza generale degli spiritosi, che crederanno si tratti di uno scherzo».
Quel che Grillo dice non è uno scherzo, perché con toni buffoneschi è proprio l’incendio dell’anti-politica che denuncia: l’incendio delle cose dette e non fatte, l’incendio del politico che pretende governare e in realtà s’azzuffa con l’alleato ed è in permanente campagna elettorale, l’incendio di una stampa che non indaga né spiega, ma fa politica in prima persona, creando o disfacendo governi con sicumera senza precedenti. Né ha torto quando aggiunge: l’anti-politica non sono io, ma è al potere. È a quest’accusa che urge rispondere, non limitandosi a dire al comico: mettiti in politica anche tu, e vedrai come diverrai simile a noi. Difficile che Grillo imbocchi questa via. La sua è piuttosto contro-politica o, come spiega lo studioso Rosanvallon, democrazia negativa: è l’ambizione a rappresentare nuovi poteri di controllo, di vigilanza e denuncia che s’aggiungono alla democrazia rappresentativa e che riempiono il vuoto di partecipazione creatosi fra un’elezione e l’altra (Pierre Rosanvallon, La contro-Democrazia, Parigi 2006).
Questo significa che l’antipolitica nasce prima di Grillo, e non a causa di Mani Pulite ma perché Mani Pulite non è riuscita a eliminare immoralità e cinismi ma li ha anzi dilatati. Il male dell’anti-politica è cominciato con
Degli errori fatti a sinistra si parla molto, e non stupisce: perché tanti fedeli del sito Grillo vengono da quel campo, e perché la sinistra si è fatta dettare l’agenda da Berlusconi anche dopo la vittoria del 2006. Una porzione notevole del proprio tempo la passa mimetizzandosi con la destra su tasse, lavavetri, tolleranza zero, e anch’essa è in permanente campagna elettorale, imitando il leader dell’opposizione. Anche Veltroni sembra impegnato nella conquista della presidenza del Consiglio, più che d’un partito. Se ci son colpe a sinistra è di non aver denunciato quest’antipolitica nata ai vertici della politica ben prima di Grillo, non di averla troppo denunciata. Quel che la sinistra ha mancato di fare è rispondere a domande che riguardano legalità, moralità, giustizia. Altro che «blandire e coccolare il moralismo legalitario», come scrive Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di ieri. Per la terza volta Berlusconi sta per tornare al governo (il potere ce l’ha ancora) e per la terza volta la sinistra sta perdendo l’occasione di varare una legge sul conflitto d’interessi.
Naturalmente tutte le ansie di redenzione hanno un lato oscuro, politico-religioso. E la contro-politica può diventare simile all’anti-politica che denuncia. Può generare populismo, e fantasticare un Popolo compatto, non più diviso in parti (dunque in partiti). Può mettere tutti sullo stesso piano: mafia, gravi corruzioni, e Burlando che evita la multa mostrando il tesserino di parlamentare. Ma questa è l’elettricità della denuncia, come si diceva all’inizio della Rivoluzione francese quando Marat costruì il suo sito di denuncia e sorveglianza: allora era un giornale, si chiamava L’amico del popolo.
È un’elettricità rischiosa, che può spingere il cittadino a farsi delatore. Ed è elettricità che comporta grida, insulti pesanti. Quel che mi piace di meno in Grillo è il suo urlare, che per forza genera tali insulti. L’urlo perfino quello dipinto da Munch è qualcosa che non dà forza al pensiero. Tucholsky fu trattato come un buffone dai benpensanti della repubblica di Weimar, quando fin dal 1931 scrisse che quel che più l’indisponeva in Hitler era il suo urlare. Fu trattato come un buffone anche lui, nonostante avesse visto bene l’incendio, e tanti spiritosi credettero si trattasse di uno scherzo. Grillo ha più risorse di lui. Urlare sempre non gli serve. ![]()
BARBARA SPINELLI
domenica 14 ottobre 2007
Il contraddittorio
Chiedo scusa ai lettori per l’uso privato di questo spazio, ma ho una confessione grave da fare: sono privo di contraddittorio. Dopo un anno che collaboro ad AnnoZero, se n’è accorto anche il Cda della Rai, che è un po’ lento di riflessi. Insomma, mi hanno beccato: ogni settimana, per ben cinque minuti (ma a volte anche sette), racconto fatti negli studi di Santoro senza che nessuno mi contraddica. A parte una volta: c’era Totò Cuffaro con la coppola, e io gli ho ricordato tutti i mafiosi che lui stesso aveva ammesso di aver frequentato. Lui mi ha contraddetto sostenendo che Santoro guadagna troppo. Forse qualcuno si sarà domandato che c’entrasse lo stipendio di Santoro (che fra l’altro Cuffaro aveva triplicato) con i mafiosi amici di Cuffaro, ma almeno mi ha contraddetto. Le altre volte, mai nessuno.
Potrei invocare l’attenuante dell’ingenuità: sono abituato ai giornali, dove non si usa affiancare a ogni articolo un altro articolo che dica l’opposto. Ma, per alcuni maestri di giornalismo annidati nel Cda e ai piani alti della Rai, l’informazione deve obbedire a una strana par condicio: se dici una cosa vera, devi farla subito seguire da una balla (e poi ringraziare se ti consentono di dire la cosa vera, perché il più delle volte c’è solo la balla, ovviamente senza contraddittorio).
In ogni caso, ora che mi han preso col sorcio in bocca, prometto di non farlo più. Dice bene Sandro Curzi: «Travaglio deve intervistare i leader politici». Forse non sa che c’è un piccolo problema: i leader non partecipano ad AnnoZero o, le rare volte che accade, se ne vanno alla prima domanda. Ennesima variante del comma 22: tu puoi parlare, ma solo per fare domande ai leader; però i leader non vengono, quindi non parli. È pure curioso che leader bivaccanti da 30 tv, ospiti di lecchini che ne decantano le doti politiche, intellettive, sportive, canore e culinarie, si spaventino per cinque minuti di controcanto. Ma a tutto c’è rimedio: il contraddittorio me lo faccio da solo. Un auto-contraddittorio con avvitamento carpiato. Che ci vuole?
1) Divido la rubrica «Arrivano i mostri» in due parti uguali: nella prima dico ciò che ha fatto di male il personaggio, nella seconda preciso che il personaggio è alto, biondo, muscoloso, molto sexy e soprattutto molto onesto e molto coerente. Poi la gente sceglie.
2) Prima racconto le malefatte del personaggio, poi dico che non è vero niente: tutti i no diventano sì e tutti i sì diventano no.
3) Narrando le gesta del personaggio, mi rivolgo alla poltrona dov’è seduto. Ma, poiché difficilmente il personaggio viene a sedersi, lo sostituisco con la sua foto cartonata a grandezza naturale, o con una corona di fiori, o con un sosia del Bagaglino, o con un bravo imitatore (potrei chiedere a Sabina Guzzanti, ma ho come l’impressione che in Rai non possa lavorare).
4) Per risparmiare sui materiali, potrei prendere lezioni da Arturo Brachetti e fare tutto da solo: tipo saltellare da una poltrona all’altra e farmi le domande e darmi le risposte, ora vestito da me stesso, ora travestito da ospite, magari con l’ausilio di un paravento, se la spesa non è ritenuta eccessiva.
5) Nel caso in cui volessi occuparmi di Stalin, di Lenin, di Hitler o altri personaggi celebri defunti, le cose si complicherebbero, ma con una medium di un certo livello e un tavolino a tre gambe, il contraddittorio sarebbe assicurato. Potrei farmi consigliare da Prodi, che in fatto di sedute spiritiche ha una certa esperienza.
6) Nel caso in cui volessi citare Bush, non saprei che pesci pigliare: abita lontanuccio e mi sa che non viene, temo che non segua AnnoZero. Ma Crozza lo fa benissimo e potrei chiedere a lui. O ripiegare sulla sua rappresentante in Italia, Clarissa Burt: lo fa sempre Vespa e non s’è mai lamentato nessuno.
7) Ci sono poi i personaggi vivi, ma impossibilitati a intervenire per cause di forza maggiore. Come Bin Laden e il mullah Omar. Se scoprono che alla Rai il contraddittorio vale per tutti fuorché per loro, magari s’incazzano e fanno causa all’azienda. Nel qual caso, non riesco proprio a immaginare la soluzione. Attendo lumi.
8) Talvolta mi capita di parlare di mafia. Visto che la legge è uguale per tutti, immagino che dovrò portarmi dietro Totò Riina e Bernardo Provenzano, per poterli nominare. Ma qui è più semplice: c’è la videoconferenza. Potrei chiedere a Berlusconi o a Dell’Utri se conoscono uno stalliere che mi faccia da tramite.
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (12 Ottobre 2007)