domenica 11 novembre 2007

L'estremo oltraggio

Caro Enzo, non vorrei disturbare il tuo secondo gior­no di Paradiso, anche perché ti immagino lì af­facciato sulla nuvoletta in compagnia delle tue adorate Lucia e Anna e dei tuoi amici Montanelli e Afeltra.
Ma, se vuoi farti qualche sana risata, dai un'oc­chiata a quel che sta accadendo in Italia intor­no alla tua bara, perché ne vale la pena. Berlu­sconi è fuori concorso: ieri ha ringraziato l'Uni­tà per aver riportato il testo dell'editto bulgaro in cui ti dava del «criminoso» e ordinava ai suoi servi furbi di cacciarti dalla Rai. «L'Unità - ha detto - finalmente mi ha reso giustizia». Dal che puoi dedurre quale sia il suo concetto di giustizia. Poi ha rivelato che l'editto bulga­ro non c'è mai stato.
Ma, a parte il Cavaliere che ormai appartiene all'astrattismo, o al futurismo, ci sono tanti colleghi che, appena saputo della tua morte, han ritrovato la favella sul tuo conto, dopo un lungo silenzio durato sei anni, e han cominciato a parlare a tuo nome.

Marcello Sorgi - chi non muore si rivede - ha scritto sulla Stampa che «il maggior dolore di Biagi, nel 2002, all'epoca dell'editto» bulgaro, non fu l'editto bulgaro medesimo, ma «il ritrovarsi nel calderone berlusconiano dei reietti insieme con Santoro, Freccero, comici come Luttazzi e la Guzzanti e così via». Gentaglia, insomma. Non ricorda, il poveruomo, che tu eri orgoglioso di quella compagnia, come hai ripetuto mille volte nei tuoi ultimi libri e nelle tue dichiarazioni, al punto di farti intervistare per due ore da Sabina per il film «Viva Zapatero» e di intervistare Luttazzi all'inizio della tua ultima avventura televisiva. Poi ci sono Feltri e Cervi, che approfittano della tua dipartita per dire che in fondo, tra te e il Cavaliere, è finita pari e patta. «Biagi l'ha fatta pagare ai suoi detrattori e loro l'hanno fatta pagare a lui», anzi «Biagi e Berlusconi si somigliano». Cervi, sul Giornale che ti ha insultato per sei anni di fila raccontando che te n'eri andato volontariamente dalla Rai per intascare una congrua liquidazione, riconosce spericolatamente che «Berlusconi ha sbagliato», ma pure «Biagi aveva ecceduto»: uno a uno, palla al centro. Anche il nostro amico Michele Brambilla, purtroppo, scambia le cause con gli effetti, non distingue il lupo dall'agnello e domanda a chi osa rammentare chi e come ti ha rovinato gli ultimi sei anni di vita: «Ma perché tutto questo rancore?». Parla addirittura di «uso politico della morte», come se non fosse proprio chi ti ha voluto e fatto tanto male a usare la tua morte per minimizzare l'accaduto o addirittura negarlo o comunque raccontarlo a modo suo, profittando del fatto che non puoi più smentire certe frottole. Brambilla cita una frase di Paolo Mieli: «Non credo che Enzo avrebbe voluto essere ricordato per quell'episodio». Strano: ci avevi dedicato gli ultimi tre libri (l'ultimo, scritto con Loris Mazzetti, s'intitola «Quello che non si doveva dire») e ne parlavi sempre come della peggiore violenza che tu avessi mai subito nella tua vita, peggio di quella della Dc che ti silurò dal tg Rai nei primi anni 60 e di quella di «Artiglio» Monti che ti cacciò dal Resto del Carlino.
Così il diktat bulgaro viene ridotto a incidente di percorso, a sfogo momentaneo, peraltro giustificato dalle tue «esagerazioni» (avevi financo intervistato Montanelli e Benigni). E nessuno ricorda che ancora un anno fa l'amico Silvio, quello che ti stimava tanto, non contento di averti fatto licenziare dalla Rai, chiese di farti fuori anche dal Corriere: «È una vergogna che un giornale come il Corriere della Sera ospiti i rancori di un vecchio rancoroso che ce l'ha con me» (Ansa, 21 maggio 2006).
Per fortuna è rimasto in vita qualche tuo vecchio amico di buona memoria, come Sergio Zavoli, che ha ricordato come la tua «prova più ardua e iniqua» sia stata proprio l'editto bulgaro. Ma è uno dei pochi. Era già accaduto al vecchio Indro, anche lui come te troppo generoso per aggiungere al testamento la lista delle persone che non avrebbe voluto alle sue esequie (lui però, forse presagendo l'affollamento di coccodrilli e paraculi attorno al feretro, diede disposizione di non celebrare alcun funerale). Prima di salutarti, caro Enzo, ti segnalo un'ultima delizia: Johnny Raiotta, quello del Kansas City, ha chiuso lo speciale Tg1 a te dedicato con queste parole: «Biagi fu cacciato dal tg dopo pochi mesi, io al Tg1 sono durato già il doppio. In qualche modo, l'Italia migliora...». Che vuoi farci, è l'evoluzione della specie.
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l'Unità (8 novembre 2007)


Per tutte le stagioni

In questo paese di smemorati selettivi, si può dire tutto e il contrario di tutto senza mai vergognarsi. Capita persino di sentire l'ometto che ha rovinato gli ultimi 5 anni di vita a Enzo Biagi raccontare la sua affettuosa amicizia con Enzo Biagi. E chi raccoglie le sue dichiarazioni, anziché sputargli in faccia ricordandogli il diktat bulgaro e gl'insulti dei servi sciocchi e furbi, le registra con freddezza anglosassone. Ricordate il pm Woodcock? Il 18 giugno 2006, nel salotto dell'insetto, Gianfranco Fini dichiarò che «in un paese civile quel pm avrebbe già cambiato mestiere». Quel pm era colpevole di avergli arrestato il portavoce, Salvatore Sottile, quello che faceva i colloqui orizzontali alle aspiranti veline alla Farnesina, tra stucchi e feluche; e di avergli intercettato la moglie Daniela, impegnata in vari traffici con la Regione per le sue cliniche. Bene, ieri il gip di Roma ha rinviato a giudizio Sottile per peculato: usava l'auto di servizio per mandare a ritirare la «merce», cioè le ragazze, e farsele portare in ufficio. E qualche mese fa Fini ha lasciato la signora Daniela, troppo impegnata nel ramo sanità. In un paese civile, almeno un giornalista che chiede a Fini se non intenda «cambiare mestiere» lo si troverebbe. Invece ha ragione Fini: non siamo un paese civile.
Ricordate la Procura di Palermo? Un'ampia e variegata letteratura giornalistica, che va dal Foglio a Panorama, dal Giornale al Riformista, l'ha dipinta come un nido di vipere così impegnate a farsi la guerra fra "caselliani" e "grassiani" per trovare ancora il tempo di fare le indagini. Insomma, «il pool è morto» da quando a guidarlo non c'è più Piero Grasso, indegnamente sostituito da Francesco Messineo che ha addirittura deciso di avvalersi di tutti i pm antimafia, anche quelli defenestrati dal predecessore. Non s'è ancora
asciugato l'inchiostro delle ultime paginate, ed ecco che il «pool morto» riesce a far arrestare il nuovo capo di Cosa Nostra, erede di Provenzano ma un filo più operativo del vecchio boss tutto pannoloni, dentiere e prostatiti. Sappiamo bene che le catture dei latitanti sono anzitutto merito delle forze dell'ordine, anche se quando fu preso lo Zu Binnu molti spacciarono l'operazione come il trionfo di Grasso, peraltro già a Roma da mesi in un ruolo - quello di capo della Procura nazionale - che non c'entra nulla con indagini e catture. Dunque, il merito della cattura dei Lo Piccolo è anzitutto alla squadra catturandi della Questura. Si dà il caso però che si sia arrivati al boss grazie a un pentito, e che quel pentito sia stato «gestito» dal procuratore aggiunto Alfredo Morvillo, cognato di Giovanni Falcone, e dai sostituti Gaetano Paci e Meo Gozzo, che la vulgata negazionista degli ultimi anni ha bollato come "caselliani", dunque incapaci di acchiappare i «veri mafiosi». Gozzo, insieme a Ingroia, ha sostenuto l'accusa nel processo Dell'Utri, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa (sentenza paragonata da esponenti della Cdl alle «rappresaglie dei nazisti in fuga»). E Paci è il pm che scoprì i legami di Cuffaro con il boss Guttadauro. Ma, siccome insisteva per contestare al governatore il reato di concorso esterno, mentre Grasso e altri preferivano il più blando favoreggiamento, fu estromesso su due piedi dal «suo processo. Qualche mese fa, il presidente della commissione Antimafia, Francesco Forgione, diede il resto, respingendo la proposta dei Comunisti italiani nominarlo consulente - part-time e a titolo gratuito - dell'insigne consesso parlamentare: questo Paci - spiegò - è una testa calda, uno che chiede addirittura la condanna dei suoi imputati, insomma uno da tenere a distanza. Ora sarebbe forse il caso che qualcuno chiedesse scusa a Paci, ma non succederà. Anzi, D'Avanzo ci spiega che la cattura di Lo Piccolo è «un successo che viene da lontano, da un'altra stagione giudiziaria». Diavolo d'un Grasso: riesce a catturare i latitanti anche dal suo ufficio a Roma! Altro che Messineo, Morvillo, Paci e Gozzo: è stato il superprocuratore che, con i suoi superpoteri, seguita a effondere i suoi balsamici effluvi su Palermo anche a migliaia di chilometri di distanza, anche per contrastare i malefici dell'orrido Caselli. Qualche ingenuo domanderà: ma, se gli elementi per catturare Lo Piccolo eran già disponibili nell'«altra stagione giudiziaria» (cioè addirittura prima dell'arresto di Provenzano), perché lasciarlo libero fino all’altroieri? Ma che domande: per aumentare la suspence, no?
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(7 novembre 2007)

Baciamolemani

Ieri Il Giornale di Mario Giordano, al cui confronto quello di Belpietro era un bel giornale, si faceva beffe, per la penna del suo direttore, di Romano Prodi. Il quale, due giorni fa, aveva raccontato su Repubblica una sua mattinata in coda all'ufficio anagrafe di Bologna. Le lettere dei politici ai giornali, di solito, sono poco interessanti. Così come quelle dei loro portavoce e delle loro consorti. In questo periodo, poi, qualunque cosa faccia un politico suona vuoto e stonato. Il fatto strepitoso è che Il Giornale trovi vuoto e stonato soltanto quel che fa l'Unione: non si ricorda, a memoria d'uomo, non dico una critica, ma nemmeno un pigolìo men che encomiastico su qualche leader del centrodestra. Salvo, si capisce, quando qualche leader del centrodestra osa sporgersi un po' oltre il filo spinato tracciato dal Cavaliere. L'altro giorno il Cavaliere presenziava al Bagaglino allo spettacolo «Vieni avanti cretino». Lui è venuto avanti. Ha raccontato barzellette sul palco. Ha spiegato che era lì perché «l'avevo promesso all'amico Pino Insegno» (ah, i bei tempi in cui parlava con l'amico Putin e l'amico Bush!).
Poi, fra una battuta e l'altra, ha commentato la morte della signora Reggiani: «Mi dispiace moltissimo». L'avesse fatto Prodi, sai le risate, i frizzi e i lazzi. Invece si trattava del padrone, e il Giornale ha registrato la notizia con freddezza anglosassone. Noi comunque siamo grati alla nuova direzione perché, dopo anni di sconfinamenti nel campo del giornalismo - magari fazioso, ma giornalismo - il Giornale ha rapidamente imboccato la via della satira.
Lunedì scorso allegava un inserto patinato in «edizione gold» dal titolo «Dossier Sicilia. Rivista di analisi su economia e impresa» a cura de «II Circolo di Milano» fondato da Dell'Utri. Consigliamo ai fortunati possessori di leggerlo dopo la cattura di Lo Piccolo, perché è difficile restare seri. In copertina, il faccione inutilmente sorridente del sindaco forzista di Palermo, Diego Cammarata. All'interno, un'intervista di 6 pagine al sindaco Cammarata, sobriamente corredata da 11 foto del sindaco Cammarata: il sindaco che ride, il sindaco che gioca a pallone, il sindaco che incontra il vescovo, il sindaco che pianta un chiodo col casco da operaio, il sindaco che si mette gli occhiali, il sindaco che distribuisce uova di Pasqua, il sindaco che omaggia la statua di Santa Rosalia, insomma roba forte. Seguono, tra una pubblicità e l'altra, una serie di sapide interviste con le più celebri glorie della Sicilia: l'on. avv. Giulia Bongiorno (che ripete la balla dell'assoluzione di Andreotti), l'avv. sen. Renato Schifanila Sicilia per me è un luogo dell'anima»), l’on. Enrico La Loggia («pur nella perdurante complessità dialettica delle contrapposte coalizioni»), il presidente del Catania Antonio Pulvirenti, e poi assessori, imprenditori, commercianti, ingegneri, architetti, capicantiere, asfaltatori, cementificatori, albergatori, rettori, proprietari di cliniche private, ma soprattutto avvocati, molti avvocati. Nelle 200 pagine del dossier non c'è un titolo, o un sommario o una didascalia che riporti la parola «mafia». Una volta compare, di sfuggita, il termine «racket», un'altra volta «illegalità». Come nei discorsi dei procuratori generali di una volta, che Giovanni Falcone collezionava perché riuscivano a parlare per ore inaugurando gli anni giudiziari senza mai nominare Cosa Nostra.
E dire che, proprio alla vigilia dell'uscita dell'inserto, il rapporto Confesercenti aveva segnalato come la Mafia Spa sia, per fatturato, la prima azienda d'Italia. Figurarsi in Sicilia. Ma pareva brutto citare la mafia proprio sul giornale di Dell'Utri: come parlare di corda in casa dell'impiccato. Anche quando il presidente dell'Apindustria di Catania si lascia sfuggire un accenno al pizzo, il titolista traduce in dellutrese perfetto: «La burocrazia ci penalizza». Come diceva Johnny Stecchino, i veri problemi in Sicilia sono lo scirocco e il traffico. Per non parlare della burocrazia, signora mia. Splendido lo speciale «Sposarsi in Sicilia», dove non avrebbero sfigurato le foto delle nozze di Francesco Campanella, braccio destro di Provenzano, che nel 2000 si sposò con due testimoni d'eccezione: il futuro ministro della Giustizia Clemente Mastella e il futuro governatore Totò Cuffaro. E poi due pagine di pubblicità del ristorante «Baciamolemani». Più che un ristorante, un programma politico.

ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(6 novembre 2007)

Quo vadis, Tonino?

Premesso che in Italia le commissioni parlamentari d'inchiesta sono enti inutili, anzi dannosi, non essendo mai servite a nulla, se non a produrre «verità» di maggioranza e di minoranza (cioè balle di partito), a insabbiare le colpe dei nemici e a esaltare i meriti degli amici, a confondere le idee anche a quei pochi che pensano di averle chiare, qualcuno dovrebbe difendere Di Pietro da Di Pietro. Come spesso gli accade da 15 anni, cioè da quando è sotto i riflettori, Tonino è in preda a un cupio dissolvi autodistruttivo che lo porta ad allontanare da sé i migliori che gli stanno vicino per asserragliarsi nel suo super-ego con pochi yesmen che gli danno sempre ragione, Il No alla commissione sul G-8, in sé, non è nulla di scandaloso. Sebbene prevista dal programma dell'Unione (pag. 77), l'inchiesta parlamentare non avrebbe portato a nulla, a parte il solito volar di stracci. Diciamoci la verità: a parte la sinistra «radicale», la commissione non la voleva nessuno. Se il centrosinistra non osa urtare nemmeno Pollari e Pompa, anzi li copre di prebende, figurarsi se ha il coraggio di mettersi contro la squadra di Gianni De Gennaro, ex capo della Polizia ora capogabinetto del ministro Amato. Cos'è che non va, allora, nel No di Di Pietro? Il fatto che sia arrivato a sorpresa, non annunciato e non spiegato. E a braccetto con la Cdl. E per giunta in tandem con Mastella. Intendiamoci: gli inciuci con i berluscones li fanno più o meno tutti, nel centrosinistra. Ma Di Pietro non può permettersene neppure il sospetto: i suoi elettori non lo tollerano. Il fatto poi di ritrovarsi sullo stesso fronte di Mastella, attualmente è peggio che votare con Berlusconi. Ed è la seconda volta in sette giorni. Una settimana fa i due litiganti avevan affondato la maggioranza sulla società Ponte sullo stretto, meritandosi il plauso di Cuffaro (Totò aveva elogiato Tonino chiamandolo «uomo d'onore», ritenendolo un gran complimento). Anche su quella questione, è possibile che Di Pietro abbia le sue ragioni: dice che sciogliere subito la società comporterebbe uno spreco di 500 miliardi, mentre la soluzione che ha in mente lui costerebbe un decimo. Ma allora bisogna spiegare tutto e bene, possibilmente prima che la gente si trovi dinanzi al fatto compiuto. E magari prima di perdere per strada uno dei fiori all'occhiello, Franca Rame, uscita dal gruppo Idv proprio per la faccenda del ponte. Chi non frequenta il blog del ministro, cioè quasi tutti, non ci ha capito nulla. E i mezzi per spiegare non gli mancano, visto che è sempre in tv e sui giornali. Invece il No sul G-8 s'è capito benissimo. Ma era meglio se non si capiva. In due interviste al Giornale e alla Stampa, Di Pietro non dice quel che sarebbe ragionevole: la commissione si sarebbe trascinata per anni in inutili scambi di accuse e ricatti senza cavare un ragno dal buco, ed è molto meglio lasciar lavorare i tribunali. No, dice una monumentale sciocchezza: «Questa indagine ha senso solo se viene compiuta a 360 gradi e riguarda sia i comportamenti dei manifestanti che quelli dei poliziotti. La sinistra massimalista vuole indagare esclusivamente sui poliziotti e un partito della legalità come l'Idv non può accettare una legalità a metà». Ma le commissioni parlamentari devono occuparsi delle deviazioni delle istituzioni, non di quelle dei cittadini comuni. Se un black-bloc spacca una vetrina, viene processato per aver spaccato la vetrina, ma la cosa è piuttosto normale: è il loro mestiere. Se un poliziotto fracassa il cranio a uno studente che dorme, e altre centinaia di agenti fanno altrettanto, c'è un problema nella polizia e ha senso che il Parlamento s'interroghi. Perché il mestiere della polizia non è quello di spaccare crani di giovani dormienti, ma quello di prendere i black-bloc. Se valesse l'assurda par condicio tra black-bloc e agenti, a quando una commissione sui topi d'appartamento e i palpeggiatori da tram? Fino a un mese fa Di Pietro andava a gonfie vele. È uno dei migliori ministri del governo, senz'altro il più popolare. Sulle nuove leggi vergogna non ha sbagliato un colpo, opponendosi all'indulto e (più tardivamente) alla legge-bavaglio di Mastella. Complici l'asse con Grillo e la solidarietà a De Magistris, i sondaggi danno il suo partito come l'unico in crescita nell'Unione. E, col ripristino del falso in bilancio e la modifica della Cirielli, ha vinto un'altra battaglia. E allora perché si agita? Perché dà l'impressione di smarcarsi dal governo proprio quando il governo, finalmente, da ragione a lui? Ci fa sapere?
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(1 novembre 2007)

Senti chi parla

A onore di Piero Ostellino va detta una cosa: che non delude mai i suoi detrattori. E dire che ieri, nel suo editoriale sul Corriere «Tante amnesie sui giudici in tv», aveva cominciato bene, ricordando come solo oggi che parlano due giudici che indagano (anche) sul centrosinistra, il centrosinistra abbia deciso che i giudici non devono parlare. È assolutamente vero: nessuno ricorda più che Giovanni Falcone andava al Costanzo Show e a Samarcanda, e Paolo Borsellino si fece intervistare da l'Unità e da Repubblica per denunciare lo smantellamento del pool di Palermo, ma anche da due giornalisti francesi di Canal Plus per parlare dei rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e il mafioso Mangano, e poco prima di morire ammazzato partecipò a un incontro pubblico promosso da MicroMega e attaccò i «giuda» che avevano tradito l'amico Giovanni.
Oggi si ripete a macchinetta che «i giudici devono tacere come Falcone e Borsellino», a dimostrazione del fatto che gli unici giudici buoni sono quelli morti. Se Luciano Violante allargasse ai giudici morti la sua intimazione a De Magistris e Forleo di «non cercare il consenso in tv» (ecco: il dissenso dovrebbero cercare), qualcuno potrebbe ricordargli che le stesse cose le dicevano i nemici di Falcone e Borsellino, accusandoli di atteggiarsi a «star» e a «professionisti dell'antimafia», nonché di usare la giustizia per «fini politici». Violante all'epoca difendeva Falcone e Borsellino. Chissà perché oggi ha cambiato idea.
Ma dicevamo di Ostellino. Dopo una buona partenza, come accade ai gregari un po' brocchi, si perde sulla prima collinetta. Che, nel suo caso, è rappresentata da Mani Pulite. Non è passato un secolo: era solo quindici anni fa. Eppure Ostellino non ricorda nulla, anzi ricorda cose mai avvenute. Sostiene
che il pool Mani Pulite «andava in tv». Ma non è vero: nessun pm di Mani Pulite rilasciò interviste televisive ai tempi dell'inchiesta. Come ricordava ieri Sandro Ruotolo, ci fu una sola eccezione: la puntata de "Il rosso e il nero" di Michele Santoro del 28 aprile 1994, dedicata alla politica giudiziaria del nascente governo Berlusconi I. Erano in studio i magistrati Borrelli, Boccassini (allora applicata a Caltanissetta per le indagini sulle stragi) e Alemi, con l'ex giudice Caponnetto; i politici Tiziana Parenti, Raffaele Della Valle, Tiziana Maiolo, Cesare Previti, Francesca Scopelliti e, udite udite, Luciano Violante (per nulla imbarazzato dall'essere circondato da magistrati parlanti).
Ostellino invece racconta che il pool di Milano «era andato in tv a opporsi pubblicamente al decreto Biondi che tendeva a ridurre i termini della carcerazione preventiva», per «continuare a usare la carcerazione preventiva come la ruota medievale per strappare agli inquisiti una confessione». Poi aggiunge che «gli uomini del pool avrebbero dovuto dimettersi, invece di contestare pubblicamente il Parlamento, se ritenevano di non poterne applicare un provvedimento». Era difficile concentrare tante scempiaggini in poche righe,ma Ostellino ci è riuscito.

1) Il decreto Biondi non «tendeva a ridurre i termini della carcerazione preventiva»: la aboliva tout court, ma solo per i colletti bianchi (chi insultava un vigile poteva essere arrestato; chi lo corrompeva, non più).
2) La carcerazione preventiva - che tra l'altro non c'è più: dal 1989 si chiama custodia cautelare - non è un capriccio medievale del pool di Milano per torturare e strappare confessioni, ma una facoltà prevista dalla legge per evitare che l'indagato fugga, o inquini le prove o continui a delinquere. Il nuovo «pacchetto sicurezza» la rende addirittura obbligatoria (per i reati comuni, s'intende) e viene salutato da tutti, anche dal Corriere, come la panacea. 3) Il pool di Milano non «andò in tv»: semplicemente scrisse e lesse dinanzi alle telecamere un comunicato in cui faceva esattamente ciò che Ostellino gli rimprovera di non aver fatto: si dimetteva, cioè chiedeva a Borrelli di non occuparsi più dei reati di Tangentopoli per la palese disparità di trattamento che il decreto Biondi creava tra questi e i reati «comuni». Poi Berlusconi, su richiesta di Bossi e di Fini, ritirò il decreto e il pool restò al suo posto. Se Ostellino ha perso la memoria, potrebbe farsela rinfrescare dai tanti cronisti che la conservano. Ma in fondo chi è lui per verificare le cose che scrive? Non sarà mica un giornalista.
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(31 ottobre 2007)