domenica 11 novembre 2007

Senti chi parla

A onore di Piero Ostellino va detta una cosa: che non delude mai i suoi detrattori. E dire che ieri, nel suo editoriale sul Corriere «Tante amnesie sui giudici in tv», aveva cominciato bene, ricordando come solo oggi che parlano due giudici che indagano (anche) sul centrosinistra, il centrosinistra abbia deciso che i giudici non devono parlare. È assolutamente vero: nessuno ricorda più che Giovanni Falcone andava al Costanzo Show e a Samarcanda, e Paolo Borsellino si fece intervistare da l'Unità e da Repubblica per denunciare lo smantellamento del pool di Palermo, ma anche da due giornalisti francesi di Canal Plus per parlare dei rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e il mafioso Mangano, e poco prima di morire ammazzato partecipò a un incontro pubblico promosso da MicroMega e attaccò i «giuda» che avevano tradito l'amico Giovanni.
Oggi si ripete a macchinetta che «i giudici devono tacere come Falcone e Borsellino», a dimostrazione del fatto che gli unici giudici buoni sono quelli morti. Se Luciano Violante allargasse ai giudici morti la sua intimazione a De Magistris e Forleo di «non cercare il consenso in tv» (ecco: il dissenso dovrebbero cercare), qualcuno potrebbe ricordargli che le stesse cose le dicevano i nemici di Falcone e Borsellino, accusandoli di atteggiarsi a «star» e a «professionisti dell'antimafia», nonché di usare la giustizia per «fini politici». Violante all'epoca difendeva Falcone e Borsellino. Chissà perché oggi ha cambiato idea.
Ma dicevamo di Ostellino. Dopo una buona partenza, come accade ai gregari un po' brocchi, si perde sulla prima collinetta. Che, nel suo caso, è rappresentata da Mani Pulite. Non è passato un secolo: era solo quindici anni fa. Eppure Ostellino non ricorda nulla, anzi ricorda cose mai avvenute. Sostiene
che il pool Mani Pulite «andava in tv». Ma non è vero: nessun pm di Mani Pulite rilasciò interviste televisive ai tempi dell'inchiesta. Come ricordava ieri Sandro Ruotolo, ci fu una sola eccezione: la puntata de "Il rosso e il nero" di Michele Santoro del 28 aprile 1994, dedicata alla politica giudiziaria del nascente governo Berlusconi I. Erano in studio i magistrati Borrelli, Boccassini (allora applicata a Caltanissetta per le indagini sulle stragi) e Alemi, con l'ex giudice Caponnetto; i politici Tiziana Parenti, Raffaele Della Valle, Tiziana Maiolo, Cesare Previti, Francesca Scopelliti e, udite udite, Luciano Violante (per nulla imbarazzato dall'essere circondato da magistrati parlanti).
Ostellino invece racconta che il pool di Milano «era andato in tv a opporsi pubblicamente al decreto Biondi che tendeva a ridurre i termini della carcerazione preventiva», per «continuare a usare la carcerazione preventiva come la ruota medievale per strappare agli inquisiti una confessione». Poi aggiunge che «gli uomini del pool avrebbero dovuto dimettersi, invece di contestare pubblicamente il Parlamento, se ritenevano di non poterne applicare un provvedimento». Era difficile concentrare tante scempiaggini in poche righe,ma Ostellino ci è riuscito.

1) Il decreto Biondi non «tendeva a ridurre i termini della carcerazione preventiva»: la aboliva tout court, ma solo per i colletti bianchi (chi insultava un vigile poteva essere arrestato; chi lo corrompeva, non più).
2) La carcerazione preventiva - che tra l'altro non c'è più: dal 1989 si chiama custodia cautelare - non è un capriccio medievale del pool di Milano per torturare e strappare confessioni, ma una facoltà prevista dalla legge per evitare che l'indagato fugga, o inquini le prove o continui a delinquere. Il nuovo «pacchetto sicurezza» la rende addirittura obbligatoria (per i reati comuni, s'intende) e viene salutato da tutti, anche dal Corriere, come la panacea. 3) Il pool di Milano non «andò in tv»: semplicemente scrisse e lesse dinanzi alle telecamere un comunicato in cui faceva esattamente ciò che Ostellino gli rimprovera di non aver fatto: si dimetteva, cioè chiedeva a Borrelli di non occuparsi più dei reati di Tangentopoli per la palese disparità di trattamento che il decreto Biondi creava tra questi e i reati «comuni». Poi Berlusconi, su richiesta di Bossi e di Fini, ritirò il decreto e il pool restò al suo posto. Se Ostellino ha perso la memoria, potrebbe farsela rinfrescare dai tanti cronisti che la conservano. Ma in fondo chi è lui per verificare le cose che scrive? Non sarà mica un giornalista.
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(31 ottobre 2007)

Nessun commento: