lunedì 29 ottobre 2007

Why Not

Essendo un uomo colto, il ministro Mastella forse ricorda quel che accadde dalle sue parti nel 275 a.C. E, se non lo ricorda, può farselo spiegare da uno che ha studiato: in quell’anno i romani respinsero l’avanzata di Pirro II re dell’Epiro alleato con tarantini e sanniti, a Maleventum, che fu ribattezzata per l’occasione Beneventum e oggi sta in provincia di Ceppaloni. 4 anni prima Pirro aveva esordito in Magna Grecia con la strepitosa vittoria sugli elefanti a Heracleia e poi ad Ascoli Satriano, subendovi tuttavia perdite così ingenti che il trionfo fu per lui peggio di una sconfitta. Una «vittoria di Pirro», appunto. L’altro giorno, alla notizia dell’avocazione dell’inchiesta Why Not da parte del Pg «facente funzioni» Dolcino Favi, Mastella ha dichiarato: «De Magistris ha perso e io ho vinto», come se uno potesse vincere una partita facendo espellere l’arbitro che gli fischia un rigore contro. Ecco: se sapesse far tesoro della storia (e dunque non fosse Mastella), forse il ministro non sarebbe così sicuro e baldanzoso, ma comincerebbe a domandarsi se la sua vittoria nella battaglia di Catanzaro non somigli a quella di Pirro. E vero, è riuscito a liberarsi del pm che indagava sudi lui e sul suo premier. È vero, ha incassato la quotidiana dichiarazione di solidarietà da Prodi (bella forza, un indagato che solidarizza con il coindagato contro il pm che li indaga). È vero, ieri ha ottenuto lo scalpo di Petruccioli, non perchè due anni fa era stato nominato Presidente Rai con l’accordo di Berlusconi, ma perché non ha punito Floris né chiuso Annozero. È vero, ostenta una calma olimpica (ieri era a pranzo a Roma in via delle Zoccolette) come se avesse tutti ai suoi piedi. Ma, se desse un’occhiata alle mailing list dei magistrati, scoprirebbe qualcosa che non gli piacerebbe per nulla. La «pax mastelliana» con le toghe, costruita sapientemente a botte di manuale Cencelli sistemando al ministero esponenti di tutte e quattro le correnti della magistratura assodata, tanto quelle conservatrici quanto quelle progressiste, come ben documenta un dossier dei Radicali, è ufficialmente finita. L’idea che si dovesse trattarlo con indulgenza perché «comunque non è Castelli», in un’ottica di «riduzione del danno», almeno nella base della magistratura è definitivamente tramontata. Anche perché, come ha detto Antonio Ingroia, il danno causato da Mastella all’inchiesta che riguarda lui e il premier è molto peggio di quelli provocati da Castelli ai processi contro Berlusconi & C. Questi rimasero saldamente nelle mani dei pm e dei giudici di Milano; quello è stato tolto al titolare e ieri, alla velocità della luce, è atterrato al Tribunale dei ministri, dove finora nessun processo eccellente ha mai fatto strada alcuna. Persino l’Anm - che pareva dispersa negli ultimi mesi, non avendo fatto un minuto di sciopero contro l’orrenda riforma dell’ordinamento giudiziario scritta da Mastella e peggiorata vieppiù dal Senato, e non aveva speso una parola per difendere Clementina Forleo e Luigi De Magistris insultati e attaccati per tutta l’estate - ha ritrovato la voce per deplorare il pericolo «per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura», nonché l’«inopportunità» dell’avocazione di «Why Not». Se si pensa che solo quest’estate la sezione catanzarese della stessa Anm sollecitava il ministro a ispezionare De Magistris (forse perché, indagando, metteva in cattiva luce molti colleghi), si può cogliere la portata della svolta. Le mailing list dei magistrati di «base», secondo indiscrezioni, sarebbero tutte un ribollire di reazioni sempre più indignate a quanto sta facendo il ministro, spalleggiato dalla parte più pavida e più servile della magistratura (correnti don Abbondio e don Rodrigo). Sono magistrati perlopiù giovani, o comunque toghe sciolte, anzi «toghe rotte» come s’intitola il bel libro di Bruno Tinti. Magistrati senza collare o comunque, anche se iscritti a questa o quella corrente, sempre più critici verso le derive corporativiste e collateraliste dell’associazionismo togato. Qualcuno vorrebbe addirittura tenere una giunta straordinaria dell’Anm a Catanzaro; per far capire che quel che sta accadendo non è un battibecco fra De Magistris e Mastella, né una puntata dell’inesistente «scontro fra politica e magistratura». Qui è in gioco l’art. 3 della Costituzione: se crolla Catanzaro, addio principio di eguaglianza, che poi si porta dietro l’obbligatorietà dell’azione penale e l’indipendenza della magistratura. Se resiste Catanzaro, la legge può ancora essere uguale per tutti. Persino a Ceppaloni. Persino in Magna Grecia.

ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità
(25 ottobre 2007)

2 commenti:

Artemisia ha detto...

Veramente allarmante.Ho paura però che la maggioranza degli Italiani non si renda conto della posta in gioco e non dia a queste vicende l'attenzione che meritano.

Frank57 ha detto...

artemisia, temo che tu abbia ragione. La maggioranza degli italiani è troppo "svagata" (per adoperare un eufemismo).