mercoledì 24 ottobre 2007

Un ministro che risponde

È cosi raro trovare un ministro che risponde alle domande che, quando accade, va subito segnalato. Ieri mi ha telefonato il ministro delle Telecomunicazioni, Paolo Gentiloni. Aveva letto l’Uliwood Party di sabato («Impronta digitale») e ricevuto telefonate allarmate di alcuni esponenti dell’Unione (non da Mastella, credo) su un nuovo possibile inciucio con Berlusconi sullo slittamento del digitale terrestre. Allarmi moltiplicati da un titolone di Libero, che venerdì scorso paventava un regalo del governo al Cavaliere per ammorbidirne l’opposizione. Gentiloni sostiene che le cose non stanno così: anzi lo slittamento al 2012 della dead line per l’entrata in vigore del digitale - contenuto nel collegato alla Finanziaria - è una pessima notizia per il partito Mediaset. Devo dire che mi ha convinto in larga parte e proverò a spiegare il perché. Un anno fa, Gentiloni presenta il suo ddl «Norme per la transizione verso la tv digitale»: si propone di uscire dalla gabbia del decreto salva-Rete 4 che, il 21 dicembre 2003, aggirò l’ultimatum della Corte costituzionale per il passaggio di Rete4 su satellite entro il 31 dicembre dello stesso anno. Il decreto-vergogna, poi assorbito dalla Gasparri2 del 29 aprile 2004, stabiliva che il tetto antitrust del 20% sulle concessioni televisive nazionali (non più di due reti per ciascun privato) non aveva più senso, perché ormai il digitale era dietro l’angolo: il nuovo sistema avrebbe moltiplicato i canali a centinaia, per cui le tre Mediaset sarebbero diventate un’inezia. Tutti gli esperti sapevano che era una patacca: il digitale terrestre era appena agl’inizi della sperimentazione e sarebbe diventato realtà ben oltre il 2010. Ma Gasparri i suoi suggeritori finsero che la nuova èra fosse alle porte e fissarono la data al 2006. Poi venne da ridere anche a loro, e la spostarono al 2008. Scadenza - anche questa - ridicola: infatti oggi il digitale di fatto non esiste ancora. Il ddl Gentiloni rinvia tutto al 2012, in linea col resto d’Europa. Ma il ddl Gentiloni non ha ancora visto la luce e continua a essere rinviato a causa delle resistenze delle quinte colonne berlusconiane nell’Unione. Così il governo ha deciso di fissare subito, nel collegato alla finanziaria, almeno la data del 2012 per l’entrata in vigore del digitale. Il che non è un regalo a Bellachioma, ma al contrario una plateale smentita delle frottole della Gasparri: allungando il periodo di transizione dall’analogico al digitale (almeno 5 anni ancora), si rende più che mai attuale l’esigenza di un’antitrust sulle reti analogiche e sulla raccolta pubblicitaria. Tant’è che si ricomincia a parlare di un nuovo intervento della Consulta (sarebbe il terzo) che, «in via incidentale», se investita da qualche soggetto penalizzato (tipo Europa7), potrebbe ribadire ciò che ha stabilito nel 1994 e nel 2001: Mediaset deve dimagrire da tre reti a due. Cosa che non avrebbe senso se il passaggio al digitale avvenisse nel 2008. Qui però affiora il punto debole del ddl Gentiloni: perché ciò che potrebbe sancire la Consulta non lo fanno subito il governo e la maggioranza, nello stesso ddl, sulla scorta delle due note sentenze? Perché non spediscono subito Rete4 su satellite? La Gentiloni, se mai passerà, si limita a trasferire una rete Rai e una rete Mediaset dall’analogico al digitale nel 2008, fra l’altro equiparando due situazioni - Rai e Mediaset - che dovrebbero essere ben distinte: infatti le due sentenze della Consulta parlano di Mediaset, non di Rai. E la gara per le concessioni del 1999 è stata vinta da tutte e tre le reti Rai, mentre Rete4 l’ha perduta, ma continua a trasmettere in proroga senza concessione, su frequenze che dovrebbero passare a Europa7 (che la concessione l’ha vinta, ma non ha alcuna frequenza per esercitarla)e via via ad altri soggetti come ReteA, Mtv, Rete Capri e le tv locali prive della necessaria copertura nazionale. La risposta è nota: la maggioranza, appena si sfiora il portafoglio di Bellachioma, non è solo risicata: non c’è proprio. Ma l’obiezione è facile: perché non arrivare a un chiarimento nell’Unione su una questione così cruciale per la democrazia? O vogliamo aspettare che la risolva Berlusconi?
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (9 ottobre 2007)

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