Ieri l’Unità e il Corriere riportavano l’ennesima puntata del «caso Palermo»: nella requisitoria al processo Cuffaro, imputato di favoreggiamento alla mafia per aver avvisato il boss Giuseppe Guttadauro delle cimici in casa sua, i pm Michele Prestipino e Maurizio De Lucia hanno spiegato al Tribunale perché l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa non sta in piedi. Comportamento piuttosto curioso, visto che i pm avrebbero dovuto dimostrare perché regge quella di favoreggiamento mafioso. Di solito, quando si processa uno per rapina, il pm non si avventura a spiegare perché l’accusa di omicidio non regge. Tanto più se, sullo stesso imputato, la stessa Procura ha in piedi pure un’inchiesta per omicidio. Lo stesso, mutatis mutandis, è accaduto a Palermo: nel processo in tribunale, il governatore risponde solo di favoreggiamento perché così decise tre anni fa l’allora procuratore Piero Grasso, facendo archiviare l’accusa di concorso esterno. Uno dei pm, Gaetano Paci, che aveva avviato l’inchiesta e insieme a mezza Procura puntava sul concorso esterno, fu estromesso dalle indagini. Un altro, Nino Di Matteo, le lasciò per lo stesso dissenso un anno fa. Restarono Prestipino e De Lucia, ma poi il nuovo procuratore Francesco Messineo chiese e ottenne di riaprire il fascicolo per concorso esterno (che contiene due gravi telefonate intercettate fra Berlusconi e Cuffaro: ieri Messineo ha chiesto di poterle utilizzare contro i due, il gip s’è riservato di decidere). Ora quel fascicolo è delegittimato dall’improvvisa uscita dei due pm in udienza. Messineo ha promesso di chieder loro spiegazioni, visto che non l’avevano avvertito di nulla. Il procuratore aggiunto Alfredo Morvillo, cognato di Giovanni Falcone, ha liquidato le loro parole come «valutazioni individuali di due sostituti», mentre «la linea dell’ufficio è quella consacrata nella riapertura del fascicolo per 416 bis». Un fascicolo che ipotizza, a carico del politico più potente della Sicilia, numero due dell’Udc, non qualche aiutino sporadico ai mafiosi, ma un asservimento stabile a Cosa Nostra con reciproci scambi di favori. E triste che dopo quattro anni di spaccatura nella Procura di Palermo, il Csm - più volte sollecitato da pm e aggiunti - non si sia mai voluto occupare a fondo del caso: né nella scorsa consiliatura, né nell’attuale. Ed è grottesco che, a Palazzo dei Marescialli, giaccia da oltre un anno un «quesito» posto da Messineo a proposito della permanenza nel pool antimafia di alcuni sostituti, tra i quali Prestipino e De Lucia, ben oltre gli 8 anni fissati da una famosa circolare dello stesso Csm. Il quesito domanda come si applichi il principio di rotazione decennale (sancito dal nuovo ordinamento giudiziario Mastella) al pm che hanno già superato gli 8 anni. Domanda tutt’altro che peregrina, visto che nella gestione Grasso la circolare fu usata non solo per allontanare alcuni pm scomodi (accusati financo di «casellismo»), ma anche per epurare dalla Dda gli aggiunti «non allineati» Scarpinato e Lo Forte (anche se la circolare medesima agli aggiunti non si applicava). Possibile che ora il bollino di scadenza di 8 anni non valga più? Forse è venuto il momento che il Csm prenda in mano risolutamente il caso Palermo, anche perché con il nuovo procuratore esistono tutti i presupposti per superare le vecchie divisioni e tornare alla gestione unitaria dei tempi di Caselli. L’altro giorno segnalavamo la latitanza dell’Anm, incredibilmente silente sugli attacchi degli ultimi mesi a De Magistris e alla Forleo, i quali alla fine, abbandonati dal sindacato, han dovuto difendersi da soli. Non vorremmo che, alla dipartita dell’Anm, seguisse l’inerzia del Csm, che non ha mai fatto mancare il suo sostegno – con lo strumento delle «pratiche a tutela» - ai tanti magistrati attaccati e delegittimati nell’èra Berlusconi. Ieri ha chiesto una pratica a tutela anche Gaetano Paci, che dopo l’epurazione subita nel processo Cuffaro, ha dovuto patire un’altra pesante delegittimazione con il veto del presidente della commissione Antimafia, Francesco Forgione, alla sua nomina a consulente gratuito e part time. Occuparsi di Palermo, così come di Catanzaro e di Milano, e non per trasferire i magistrati scomodi, ma per sostenerli, non è solo un adempimento burocratico. È l’unico modo per salvare una Giustizia che è, sì, uguale per tutti, ma solo perché non la vuole più nessuno.
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (13 ottobre 2007)
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